Rituali terapeutici in area meridionale e nella cultura tradizionale lucana
Rituali terapeutici in area meridionale e nella cultura tradizionale lucana
Se gli infermi imitano una capra o digrignano i denti o se il loro lato destro è convulsionato, questo significa che ciò si deve alla madre degli dei (Cibele)[.] Però se emettono schiuma dalla bocca e battono i piedi,
Ares (Marte )
è il responsabile. Ma i terrori che sopraggiungono durante la notte, e la febbre e il delirio, e i salti nel letto e le apparizioni orrende, e
il fuggire di quelle, tutto questo sembra essere l'opera di Ecate e delle possessioni degli eroi, e vengono usati purificazioni ed incantamenti
Questi incantamenti, come tutti i riti a sfondo terapeutico sembrano radicarsi nelle culture e società tradizionali più antiche dell'umanità.
Le loro differenze non sono numerose, al contrario spesso ci troviamo di fronte ad inquietanti somiglianze, anche in culture molto lontane tra loro, per cui sembra esistere un unitario accordo anche tra i ricercatori sulla straordinaria uniformità delle antiche credenze religiose e delle espressioni rituali simboliche che da esse derivano e le continue e ripetute scoperte di simboli universali sembrano confermare che queste scoperte non sono creazioni casuali ma hanno un profondo radicamento nella stessa vita umana e naturale.
Sono insiemi di atti e circostanze fissati dalla comunità, ripetuti continuamente e caricati di funzioni identificative e rassicuranti che spesso, permeati di una valenza religiosa (dal latino religo - lego, unisco o collego), che unisce naturale e soprannaturale o umano e naturale in stati modificati di coscienza, creano equilibrio ed armonia.
Si avrebbe torto, dunque, a ritenere simili concezioni pura superstizione, poiché sarebbe illusorio credere che, convinzioni radicate per millenni nelle culture e società tradizionali antiche, siano solo stravaganze e fantasie, che non ci riguardano: esse costituiscono invece una serie di temi ricorrenti, inconsci che ognuno di noi, anche senza volere, porta dentro di sé.
Il pensiero moderno, purtroppo, ci induce a ridurre in categorie i diversi elementi costitutivi del mondo, distinguendo esseri e cose, animali, vegetali, minerali, viventi e inanimati introducendo nette separazioni e respingendo ogni legame di ordine non scientifico fra diversi elementi mentre il pensiero arcaico ordinava l'universo intorno al principio generale di analogia che implica un sistema di corrispondenze fra tutti quegli elementi costitutivi del mondo.
Incantamenti, riti a sfondo terapeutico, pratiche magiche, rituali collettivi, pellegrinaggi e molte "feste dei poveri", sono ancora attuali in molti centri rurali della Lucania , terra che si è evoluta con i suoi ritmi e le sue dinamiche ma, ciononostante, tra le sue estati assolate e i gelidi inverni montani, tra i suoi arcaici paesaggi, ha riservato fervide, particolarissime forme di ritualità religioso-popolari fuori dal tempo.
Questa regione è il cuore nascosto del Sud che si trascina dietro l'immagine di un'anima incontaminata, di uno specchio del nostro passato più antico e che raccoglie, come uno scrigno, vissuti e memorie di un'arcaicità sorprendente, grazie alla sua cultura agropastorale tenacemente conservativa.
Passeggiando tra i suoi centri, nell'aria, si percepisce, però, una certa rassegnazione alla disfatta della memoria degli anziani, alla fierezza del loro sapere antico ed anche una certa vergogna, che è quasi ripudio, da parte di tanti giovani, ammaliati dalla modernità, per tutto ciò che sa di passato e povertà.
Un ostacolo è dato anche dal disinteresse istituzionale e dalla rara sensibilità politica ed accademica a trovare il difficile filo di Arianna per tessere vecchio e nuovo in una trama armonica.
Soltanto da qualche tempo, si assiste ad uno sforzo, spesso isolato e sporadico, di riannodare le fila con il nostro passato, ma il tutto, puntualmente, viene vissuto semplicisticamente come un fatto esclusivamente folkloristico, che a dirla con Thoms, noto sociologo del folk-lore degli anni '40 dell'Ottocento , viene ad essere soltanto un "artefatto" che assume gli aspetti e si presenta nella circolazione del mercato culturale . Per dirla in breve, viene vissuto come un fatto di ricerca della tradizione, di riproduzione autentica ma solo in base alle occorrenze.
Osservare il cattolicesimo popolare, rivivere una festa, ricreata nel tempo attraverso la sua storia, i rituali e le consuetudini ad essa legate o anche il suo racconto, fatto nel modo più accessibile e semplice possibile, del perché è nata, di com'era e di com'è diventata, può servire a rendere ciascuno di noi maggiormente cosciente di ciò che siamo.
Appartenente a quel mondo dell'Italia Meridionale, in impercettibile trasformazione culturale, la Lucania si identifica con quella cultura della miseria nella quale, alla depressione economica e culturale, si accompagna, da sempre, un sentimento religioso, plasmato secondo criteri magico-popolari, vissuto essenzialmente come l'unica potenza in grado di risolvere i diversi problemi dell'"al di qua ", offrendo protezione e grazie, in cambio di devozioni particolari, di sacrifici, di impegni individuali, assolvendo ad una ben precisa funzione di "mantenimento dello status quo ", dell'ordine stabilito.
La Religione cattolico-popolare, quindi, svolgeva uno dei ruoli fondamentali, nonostante fosse fortemente intrisa di elementi magici, superstiziosi e pagani, come apprendiamo dall'analisi sulla religiosità popolare nel Mezzogiorno, ben articolata dallo studioso Ernesto De Martino, nella sua opera Sud e Magia .
L'etnologo campano intuiva una sorta di sincretismo
pagano-cristiano
, avvenuto attraverso i secoli, nelle zone rurali del Sud Italia: il Dio cristiano era visto come un elargitore di beni materiali o come colui capace di tenere lontane le tempeste dalle campagne e se non assolveva a queste funzioni, veniva sostituito dai Santi, con cui si aveva un rapporto magico e ai quali si imploravano grazie particolari: guarigioni da malattie, allontanamento delle tempeste, donazione di un buon raccolto.
Se questi ultimi non esaudivano le richieste, venivano abbandonati ricorrendo a robuste pratiche magiche, a forme rituali compensatrici, intrise anch'esse a loro volta di elementi religiosi e ritenute sicuramente più efficaci.
L'estenuante appello di aiuto, di fronte alla straordinaria potenza del negativo, nella vita quotidiana, accomuna le pratiche rituali di moltissime culture e società tradizionali, il Vudu, lo Shango, ai culti dei Santi Vito e Donato, San Paolo di Galatina per il tarantismo, lo Stambali, il Derdeba, lo Ndöp, ecc.che tramandate di generazione in generazione, risultano essere la migliore via di scampo.
Uomini e soprattutto le donne riflettono su se stessi sviluppando una volontà tenace di uscire, non tanto dalla società, quanto da una situazione esistenziale al limite, dando vita a riti che raccolgono in sè ciò che la tradizione ecclesiastica ha sempre deliberatamente tentato di affievolire e scoraggiare e raccolgono anche, soprattutto, ciò che la Chiesa rifiuta .
Proprio la dimensione cerimoniale e sacra del culto diviene l'ambito in cui le pratiche terapeutiche e divinatorie comportano l'avvento della tanto ricercata transe, uno stato di sospensione dell'esercizio dei sensi umani, voluta perdita della coscienza di sé e della realtà (come allontanamento e uscita dalla situazione di sofferenza), per giungere ad un'altra dimensione soprannaturale, sicuramente migliore .
I comportamenti efficaci, realisticamente orientati: grida e singhiozzi, danze particolari, urla e abbaiamenti, gesti di disperazione e di richiesta, rituali e ammiccamenti verso effigi di santi e di madonne, sono le particolari modalità di espressione di questi caratteristici rituali che, nella maggior parte dei casi, tendono a diventare esclusive ed ossessive, mostranti la loro grettezza in una drammatica angustia.
Questa danza della follia si estende, qui, ad un insieme di tematiche psichiatriche che comprende una serie estremamente indeterminata di comportamenti: la paranoia, la schizofrenia, i vari tipi di delirio, turbe della personalità, la patologia dell'io, le malattie mentali acute e croniche; e ogni volta senza preciso riferimento alle probabili basi organiche del disturbo.
Si osserva, come, questi fenomeni, sembrano collocarsi proprio al confine tra la malattia e la pratica culturale e religiosa: il soggetto, non ricerca attivamente il male, il morso o la malattia, eventi certamente vissuti consciamente come indesiderati e penosi e, contemporaneamente, quanto gli accade, risulta accettato culturalmente, così come i rituali cui si sottopone per essere guarito.
In Lucania, come in molte altre culture popolari, soprattutto la malattia, viene vissuta come un universo sconosciuto, ricco di influenze psichiche che, religiosamente, sono designabili al soprannaturale o al trascendentale.
La diagnosi e la terapia si riferiscono quasi sempre ad un mondo mitico o di potenza, il quale determina sconvolgimenti fisiologici che si manifestano in mali anche psichici.
Esplosioni morbose
che, nella scienza ufficiale, vanno attribuite con chiarezza a
(.) processi infettivi di origine microbica, bacillare, micotica, degenerativa, cancerosa e via di seguito, si ripresentano nella diagnosi subalterna come conseguenze dell'emergenza di un nucleo "psichico" designato come invasamento, demonizzazione o malocchio (.)
Un'aritmia cardiaca, per esempio, una bronchite, un tifo, che pur appartengono, secondo i canoni della scienza ufficiale, all'ambito dell'anatomia e fisiologia patologiche, sono attribuite ad uno scompiglio dell'attività mentale rapportato al soprannaturale ed ai mondi di potenza.
Qualsiasi malattia, dunque, sembra discendere da un piano vago e confuso della mente umana, inteso come sede della colpa del peccato e della trasgressione. Anche la febbre è il segno di un invasamento diabolico, assegnabile, quindi, ad una disgregazione psicopatica o nevrotica della personalità ed alla sua esposizione agli assalti della violenza esterna, individuata in santi o in demoni.
Alterazioni nervose-psicotiche che vanno dalla corea all'epilessia e al tarantismo, malattie quasi sempre vissute come fenomeni che oltrepassano le leggi naturali, quali quelli di fascinazione generica, come il malocchio, di punizione divina o di santi, di invasamento demoniaco e di possessione e la loro cura rientra sempre in forme di terapie popolari sacrali liberanti.
Il disturbato si assoggetta raramente alle cure proprie della psichiatria ufficiale, affidandosi ciecamente, quasi sempre, alle tecniche di matrice arcaica, ossia, i rituali terapeutici tradizionali.
E' altrettanto importante ricordare la funzione salvifica della follia nelle culture popolari.
Dopo gli studi di E. De Martino è acquisito che i due ambiti di magia e di follia si configurano come espedienti per reagire al rischio del non-esserci nella storia, della perdita di coesione di/e/con il mondo, quasi un perdersi totale, sollecitando nell'individuo o nella comunità, un ricostituirsi delirante e immaginario.
La follia ha, quindi, in questi casi, efficacia terapeutico-culturale e diviene follia istituzionale ed istituzionalizzata degli strati subalterni della popolazione.
Il retroterra di questi comportamenti folli viene a formarsi in un'esigenza di contrapporre periodicamente l'istintualità (qualificata come follia) alla routine del quotidiano che opera unicamente sul piano dell'utilità economica e della soggezione dell'uomo al suo lavoro che comporta una tensione per i cicli lavorativi, ed economici che si scarica in un'improvvisa dissociazione della quotidianità, dove emergono componenti oniriche e deliranti collettivizzate e socializzate.
A questi fenomeni, tuttora presenti, nel nostro calendario, si contrappone l'intervento del potere che ha istituzionalizzato e regolamentato l'esplosione folle, delineando i limiti nei quali essa può pallidamente irrompere senza danni di ordine pubblico e sociale, nella netta consapevolezza che la follia "concessa", con le sue crisi periodiche e calendariali, sia una forma di autoredenzione da una situazione di frustrazione storica, soprattutto femminile.
E la funzionalità culturale dell'autoredenzione appare tale che il modello ricorrente nella sintomatologia istero-epilettoide, della corea, della convulsione, dell'isteria e della possessione, inserite nei culti di San Vito,
San Paolo e San Donato
, e nel potere guaritore di una simbologia cromatico-coreutico-gestuale, rimane anche quando la causa di tali manifestazioni non esiste più.
Questa ricerca, dunque, al di là del progetto personale che comunque colloco oltre la tesi di laurea, e per questo valuto di più ampio respiro, si propone di spalancare una piccola finestra sul passato, per riuscire ad intravedere un mondo più vario e profondo di quanto credessimo e che troppo spesso abbiamo superficialmente qualificato come "vecchio" e "condizionato da credenze".
L'umile tentativo della ricerca è di porre in luce una possibilità di riavvicinamento, quasi come un pellegrinaggio, alla scoperta della Lucania, di una parte di noi che ancora tentiamo di nascondere e camuffare.
Un'informatrice, consapevole di quest'aspetto, riferendosi alle pratiche penitenziali, diceva con un misto di orgoglio frustrato e di timore di sembrare fuori dal mondo:
nuj? accussì a p?nzamm e accussì facèm, mð n?sciùn? cchiù penz a quiddi ccos?: m? sim? tutt? civil?
Per adempiere al progetto, sono stati consultati documenti di varia natura sulla storia della regione e su eventi,
riti e tradizioni dell'Italia Meridionale.
Si è evinto che, purtroppo, quasi nessuno ricerca e scrive della Lucania, in Lucania.
Spesso, imbattendomi anche casualmente in riferimenti più o meno diretti alle varie feste religiose, alle chiese in onore dei Santi Vito e Donato, non di rado mi sono chiesta come mai sui riti in onore a culti così particolari in Lucania, come il male di San Donato e il ballo di San Vito quasi nessun cenno a differenza del culto di San Paolo, in Puglia, ormai trattatissimo e con una visibilità estrema.
L'approccio, piuttosto graduale, al misterioso culto di San Donato in Ripacandida, si è potuto verificare soltanto in loco, grazie alle informazioni su questo tipo di pratiche cultuali e al materiale riguardante proprio il Santo, esposto da un esperto di
Storia delle Tradizioni Popolari
: il Professore Lützenkirken Guglielmo , e da uno dei suoi maggiori studiosi, il Professore Thomas Hauschild, antropologo tedesco recatosi nel Giugno del 2000 a Ripacandida, soggiornando per ben due mesi, proprio per effettuare ricerche sulle pratiche magiche e sul Santo, in vista di una documentazione dettagliata che ha dato vita alla sua preziosa opera Magie und Macht in Italien.
In tal modo, a fronte di numerosi studi dedicati al Fenomeno del Tarantismo sono venuta a conoscenza di una serie di strani episodi datati 1596 nella nostra Venosa.
Purtroppo, pur recandomi nella cittadina in questione, non sono riuscita a saperne di più e nonostante la rilevanza dell'episodio riportato e citato più volte ne La Terra del Rimorso , in relazione a vari temi approfonditi sul medesimo Rituale, non esiste nessuna opera ad eccezione del lavoro svolto dal professore pugliese Eugenio Imbriani , che affronti in modo complessivo determinati avvenimenti del Tarantismo in Lucania, o che registri ricerche in questo senso .
Soltanto grazie al bel libro di Imbriani, che si presenta analizzando
(.) I Tre dialoghi del Dottor Fisico Vincenzo Bruno di Melfi, nel primo de' quali si tratta delle Tarantole. Nel Secondo, del Vivere e del morire. Nel terzo, delle pietre preziose e dei semplici. Con molte questioni filosofiche e medicinali, e molte Historie e favole appartenenti all'Opera. Con la tavola delle cose più notabili di essa (.)
ho potuto prendere coscienza di ciò che accadde in quel lontano 1569, per meglio documentare questi esemplari episodi di Tarantismo in terra Lucana.
Questa carenza, soprattutto dal punto di vista informativo, mi ha portata a credere fermamente alla superficialità con cui si sono sempre considerati questi aspetti della nostra tradizione, per cui a noi molto vicini e di cui spesso siamo stati inconsapevoli protagonisti o ignari e distratti spettatori e che, al contrario, qualcuno da molto lontano, approfonditamente ha conosciuto.
L'esiguità del materiale a disposizione ha costituito pertanto da un lato, un incentivo all'esplorazione di un territorio ancora vergine, e dall'altro ne ha in parte limitato la complessità dello sguardo.
Ogni fenomeno si presenta come un miscuglio inestricabile di contributi individuali, di influenze sociali, di movimenti collettivi, di comportamenti e di psicologie, quasi quotidiani, di cambiamenti e di permanenze di lunga durata.
L'unità e l'unicità di determinati fenomeni sono date proprio dalla combinazione in esso di elementi molteplici, ciascuno con la propria dinamica e le proprie ragioni di essere, che si vorrebbero ricostituire, al di là delle ricorrenti analogie, nella integralità delle loro connessioni e delle loro differenze.
Ci si interroga spesso sui differenti ritmi della storia naturale, sociale e culturale, tentando di ritrovare nell'oggi, negli archivi, tra i documenti e nelle chiese, ma anche nelle nostre azioni e nel nostro pensiero, le vestigia di un passato anche molto lontano, ricostruendo stati che si sovrappongono, si integrano e talvolta si scavalcano, seguendo le tracce dei fossili che restano e delle novità che emergono.
La storia del fenomeno del tarantismo e delle epidemie di corea e degli affetti da Mal Caduco, come la storia delle loro interpretazioni filosofiche, mediche e culturali, si pone al punto di incontro tra tradizioni colte e tradizioni popolari, fra scienza e magia e soprattutto fra sacro e profano. Proprio tale compresenza di elementi così distinti arricchisce la lettura di questi strani fenomeni e l'esistenza di condizionamenti culturali e sociali, nella relazione tra singolo e collettività.
Gli aspetti sociali, rituali e simbolici, com'è noto, prendono più importanza dell'evento patologico, certamente lo condizionano e lo amplificano, il che tuttavia non toglie che, alla base del fenomeno, vi possa essere una realtà biologicamente oggettiva, come scriveva già Raymond nell'Ottocento:
se c'erano tra i danzatori degli isterici, dei demonomani e degli epilettici, niente nega che avrebbero potuto esserci dei coreici veri. È probabile, anzi quasi certo che più di una volta un caso isolato e reale è stato il nucleo della formazione di un banda
In un sincretismo affascinante tra la sfera del sacro e quella del profano, tra elementi diversi, troviamo le forti devozioni per i Santi Vito, Paolo e Donato e per gli altri campioni della fede che si svilupparono in modo quasi ossessivo soprattutto nel Medioevo, come riferito, fino a diventare una sorta di degenerazione nella vita religiosa che, agli inizi dell'età moderna, soprattutto nel Sud Italia, aveva costruito una vasta galleria multiforme di Santi sempre più colorita e vivace.
La Chiesa dovette fronteggiare con molto impegno questa tendenza, sempre più marcata, della venerazione dei santi, non come semplici intercessori, quali effettivamente erano, ma come diretti dispensatori di grazie e protezione in cambio di riti ed estenuanti sacrifici.
Il popolo, infatti, scorgeva nei santi figure così reali e familiari da associargli tutti gli impulsi religiosi e non, più generici ed istintivi.
Nel culto dei santi, scrive Huizinga in Lo scempio del mondo,
si cristallizza tutto un tesoro di idee e sentimenti più comuni ed ingenui, tutta una esperienza religiosa bonaria, primitiva e banale
In Lucania,
per lungo tempo, un sistema arcaico di esistenza ha impegnato larghi strati sociali, che, insieme alla precarietà dei beni elementari della vita, l'incertezza delle prospettive concernenti il futuro, la pressione esercitata dagli individui da parte di forze naturali e sociali non controllabili, la carenza di forme di assistenza sociale, l'asprezza della fatica nel quadro di una economia agricola arretrata, l'angusta memoria di comportamenti razionali efficaci con cui fronteggiare realisticamente i momenti critici dell'esistenza, ha esortato il sopravvivere di ideologie, ai nostri occhi, così arcaiche, e mistiche pratiche rituali a metà strada tra il sacro ed il profano.
I temi della magia, della fascinazione, della fattura, come della religione popolare e dell'esorcismo, sono senza dubbio in connessione con l'immensa potenza del negativo quotidiano che incombeva sugli individui dalla nascita alla morte.
Non andando oltre un'impostazione di tipo illuministico, nella quale, abbiamo visto, la magia si confondeva con le anomalie della mente umana, o addirittura con i deliri di cui si occupa la psicopatologia, si mette comunque in luce un negativo più grave di qualsiasi mancanza: una condizione di labilità della presenza in cui si innesta la funzione protettiva delle pratiche rituali terapeutiche e magiche.
Importante appare allora, in conclusione, al fine di comprendere l'universo magico, rituale e religioso fin qui descritto, l'analisi della realtà magica e mistica, che ruota attorno al processo di costituzione della presenza.
Molto si è detto sul concetto di presenza in De Martino e sulla sua derivazione dalla filosofia di Heidegger in un tentativo di identificazione del concetto di presenza con l'heideggeriano esserci (Dasein) .
Come lo stesso De Martino precisa in riferimento alla crisi del cordoglio:
esserci nella storia significa dare orizzonte formale al patire, oggettivarlo in una forma particolare di coerenza culturale, sceglierlo in una distinta potenza dell'operare, trascenderlo in un valore particolare: ciò definisce insieme la presenza come ethos fondamentale dell'uomo e la perdita della presenza come rischio radicale a cui l'uomo e soltanto l'uomo è esposto
La presenza è, dunque, uno stato etico che l'uomo si sforza di costituire per sfuggire all'idea, insopportabile di non esserci; è un moto naturale dell'essere umano, un moto sofferto ma vitale a cui non ci si può sottrarre se non si vuole essere annientati.
La magia della Lucania, come la sua religione popolare, è un insieme di rituali socializzati e tradizionalizzati rivolti a proteggere la presenza dalle crisi di miseria psicologica e, in virtù di tale protezione, riattivarne le potenze operative realisticamente orientate.
Nel sistema esistenziale lucano, dunque, non aveva soltanto particolare rilievo il negativo evidente, per esempio la fame o la malattia, ma altresì quello, ben più grave dei rischi di naufragio della stessa presenza individuale che doveva rimanere vigile per poter fronteggiare in un senso realistico la fame, la malattia o qualunque altra situazione critica dell'esistenza.
È proprio qui che si inserisce l'emergenza progressiva agli incantamenti, ai riti a sfondo terapeutico, alle pratiche magiche, ai rituali collettivi, ai pellegrinaggi ed alle molte feste dei poveri, come primi tentativi coerenti, da parte dell'uomo, di affermare la propria presenza nel mondo, non solo come una semplice risposta allo stress emotivo procurato da situazioni dall'esito incerto, ma anche come una sorta di lotta impiegata per poter esistere.
Si tratta di rituali designati anche come life-crisis.
Generalmente, i rituali terapeutici denotano sempre una conversione, un cambiamento, uno stato transitorio ed obbediente ad un modello culturale, e per questo spesso definiti anche rituali di passaggio . Accompagnando anche le transizioni della vita, quali i passaggi delle stagioni, delle età, comportano tre momenti importanti (rivivibili soprattutto nella pratica dei rituali terapeutici in favore dei Santi Donato, Vito e Paolo in attesa del passaggio dalla malattia alla guarigione): la separazione (quando si lascia provvisoriamente il mondo profano per entrare nella sfera del sacro in occasione di un rito); quello del bordo o fase liminare (che è un tempo di latenza e di maturazione, di trasformazione preparatoria all'acquisizione di un nuovo statuto, come l'attesa della guarigione); infine l'aggregazione (termine che designa sia il ritorno alla vita sociale ordinaria, sia l'affiliazione ad un nuovo gruppo e l'ingresso, con un nuovo status, in un altro settore della società).
Si noterà che, nella vita sociale, questi rituali sembrano riprodurre e predisporre le caratteristiche fondamentali della vita in comune e delle interazioni che la fondano, laddove, nell'esistenza personale, talvolta, segnano delle tappe essenziali come l'accesso alla maturità dell'uomo, una nuova vita, il varco per la guarigione o la morte.
Alcuni rituali possono essere spontaneamente accompagnati da transe, le quali, volontariamente indotte possono facilitare le transizioni.
La struttura del passaggio ritualizzato caratterizza soprattutto molte pratiche religiose, e a volte, profane, che implicano questo stato alterato di coscienza, che può prodursi a partire da una crisi
spirituale-individuale, di sofferenza, vista come il segno di una elezione; in tal caso si parla come abbiamo visto, di reclutamento attraverso la malattia, o può ugualmente compiersi a partire da una scelta personale o dalla decisione collettiva.
Le liturgie consacrate alla celebrazione di entità sovrannaturali (come divinità e santi nel nostro caso), costituiscono anch'esse dei rituali di passaggio. Si lascia per un certo tempo il mondo profano mettendo in opera riti di separazione soggiornando per un po' nel mondo del sacro (incubatio).
Rituali specifici, abbiamo visto, possono marcare l'ingresso in questo mondo, che si lascerà a sua volta, infine, per ritornare nel mondo ordinario.
La celebrazione liturgica dona senso e legittimità definitive all'insieme dei riti accompagnati da transe: essa è il loro orizzonte e nello stesso tempo il loro fondamento
IATRIDA
PIZZICA
TARANTISMO
MALE SAN DONATO
RITUALI TERAPEUTICI
BALLO DI SAN VITO
IATROMUSICA