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MALE DI SAN DONATO
STUDI SUL MALE DI SAN DONATO
Il male tra magia e superstizione
Attualmente è molto più difficile vedere persone in preda a crisi epilettiche girovagare per chiese in cerca di soluzioni e di grazie. Ora la cura è spesso ormonale e medica poiché la scienza, con la medicina attuale, si viene gradualmente sostituendo alla idealità di un ipotetico tarantismo, mettendo a disposizione moltissime soluzioni.
Il maggiore isolamento culturale, che produceva ed incoraggiava questi fenomeni popolari, ha sostanzialmente reso più omogenea ed arcaica questa cultura.
Le persone afflitte da crisi epilettiche, crisi isteriche, che si manifestavano quasi quotidianamente e talvolta più volte al giorno, erano tantissime e la comparsa dei primi sintomi veniva spesso imputata a possessione spirituale, a una sorta di malefici influssi riconducibili, secondo la credenza popolare, ai morsi di insetti a cui si era caduti vittime, a colpe, peccati, oppure imputata alla cosiddetta fascinazione.
Una condizione psichica di impedimento e di inibizione, al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l'autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta, le pervade.
Secondo quanto riferito da molti informatori, si pensava, per la maggior parte dei casi, che fosse un male inviato da San Donato, protettore dell'epilessia, temuto per questo, il cui culto era, ed è, particolarmente diffuso in Lucania e nelle Puglie .
Accompagnata da manifestazioni di intensa religiosità, questa strana malattia conferiva a chi ne era colpito un segno distintivo nell'ambito della comunità di appartenenza.
Il malcapitato non era considerato psichicamente anormale o malato, ma gli si attribuiva un ruolo informale, in cui l'anomalia psichica si presentava inserita in un quadro magico.
È noto che la magia improntava di sé la maggior parte delle superstizioni popolari.
Magia e superstizione, per la gente comune, quasi si identificano, ma risalendo alle rispettive etimologie, diceva Giovanni Battista Bronzini, mentre
la magia è legata alla figura del mago, [passando poi con l'aggettivo magico ad indicare il potere speciale attribuito ad un oggetto], la superstizione, che deriva probabilmente dal latino superstitio, indica l'atto in se stesso di elevarsi al di sopra del mondo naturale per raggiungere e possedere le forze del soprasensibile, al fine di servirsene a scopi pratici
L'evolversi della malattia era vissuta, solitamente, dal paziente in due modi ben distinti: la convinzione di avere uno tra i tre mali, di San Donato, di San Paolo di Galatina o di San Vito, e di avere la percezione che, con l'approssimarsi di una delle festività, il male (mot? d? San Donat?, tarantismo e u ball? d? Sand? Vit?), venisse imputato o comunque messo in relazione ad uno dei tre santi.
Le manifestazioni di questi mali, effettivamente, sono assolutamente identiche: crisi convulsive, contorsioni, stati di torpore, svenimenti, etc., fenomeni di natura epilettica.
Queste persone però distinguono culturalmente i sintomi che precedono le manifestazioni acute (le crisi) che pur essendo quasi simili, differiscono per intensità, per momenti e condizioni che ne preludono l'insorgenza.
Già quando il paziente è catturato da una forma di aura che precede la crisi acuta, ha voglia di dimenarsi, ballare o agitarsi al ritmo della tarantella, quando invece crolla sul pavimento ed inizia il suo rito tarantolare in preda al male di San Donato, per dirla con lo studioso tedesco Thomas Hauschild, il malcapitato sembra essere in preda ad una transe di frenesia, dimenandosi ruota gli occhi e sembra schiaffeggiato, colpito o posseduto da un'entità misteriosa (il Santo?) .
La cultura e la medicina popolare, ricorrono, in questi casi, a due terapie distinte: il tarantismo, come abbiamo visto, cura con il trattamento coreutico-musicale nel corso del quale è espulso il veleno che si pensa sia stato iniettato dal ragno, mentre la cura per il male di San Donato si presenta priva del rito della danza, almeno tra i fedeli che affollano i santuari. Priva di danze, quindi, e di suoni, non è organizzata in maniera rigidamente ritualistica.
I malati di San Donato come i tarantati, per la maggior parte dei casi, sono persone che non presentano nessuna malattia psichica precisa, ma una quantità di disturbi causati da diverse frustrazioni di ordine esistenziale, sociale, economico e culturale:
L'epoca del raccolto con il suo decisivo significato esistenziale per le comunità cerealicole, con le tensioni di varia natura a cui sottoponeva gli individui e i gruppi sociali era l'epoca dei pericolosi incontri con gli animali velenosi nascosti nei campi di messi, nelle vigne e negli orti non meno del morso dell'animale che avvelena costituiscono le ricorrenti esperienze connesse a quel momento critico dell'esistenza contadina che è l'epilogo dell'anno agricolo, il raccolto dei frutti estivi
Ci sono anche persone che spesso non si riconoscono né nell'una e né nell'altra categoria di malati ma che pur si annoverano nell'arca dei colpiti dalla tarantola o tra gli affetti dal male del Santo Donato, altri, invece, che pur essendo convinti di essere tarantati, non sono affetti da crisi o manifestazioni epilettiche ma coinvolti ed implicati nel culto di San Donato a cui partecipano puntualmente e fedelmente.
Le condizioni culturali ed ambientali potrebbero aver radicato in molte persone e relativi congiunti la relazione tra il male di San Paolo, il tarantismo, male di San Donato e manifestazione epilettica o crisi isterica, poiché a questa singolare infermità, raccapricciante ed occulta è stata vista, in tutti i tempi e presso qualsiasi civiltà, un'origine sacra.
I.2 Il morbus sacer: "mal di luna"
L'epilessia occupa un posto di rilievo nella letteratura medica mondiale e, annualmente uno speciale repertorio bibliografico segnala e riassume migliaia di lavori apparsi nei più prestigiosi periodici scientifici.
Contemporaneamente si susseguono a ritmo serrato congressi internazionali, incontri, seminari e tavole rotonde, mentre i quotidiani riportano interventi divulgativi di specialisti ed accolgono non poche lettere di profani interessati ad una migliore conoscenza dei vari aspetti di tale malattia.
Da ogni parte ma, soprattutto dal mondo medico, si levano continui e pressanti appelli per una maggiore fiducia nelle strutture socio-sanitarie affinché si abbandonino vecchi e radicati pregiudizi popolari sulla natura e sulla terapia dell'epilessia.
Tuttavia, è proprio l'ambiente medico a mantenere un ostinato silenzio sulla condizione dei malati, la cui vita si svolge in aree economicamente e culturalmente depresse, quelle aree cioè, nelle quali sopravvivono maggiormente quei pregiudizi che ci si propone di abbattere in nome del progresso, della scienza e della ragione.
Un atteggiamento non dissimile si manifesta, inspiegabilmente, anche in un altro settore d'indagine al quale competerebbe, per certi versi, un'analisi altrettanto approfondita del problema: antropologi e studiosi di tradizioni popolari sembrano non aver mai avvertito l'esigenza, temendo di invadere un campo a loro solo apparentemente estraneo, di raccogliere utili elementi relativi alla visione di questa particolare malattia in ambienti non urbani.
Per quanto riguarda le malattie nervose e mentali in generale, i ricercatori dell'uno e dell'altro settore hanno piuttosto rivolto la loro attenzione a fenomeni patologici ormai estinti, come la licantropia, o in via di estinzione e per di più presenti in zone ben circoscritte , come il tarantismo.
Attualmente, di questa sindrome si parla molto poco, pur colpendo 15 mila bambini ogni anno in Italia, per un totale, solo nel nostro paese, di oltre trecentocinquantamila persone, pur essendo manifestazione secondaria ai danni fisiologici subiti dalle migliaia di persone colpite da ictus o incidenti stradali, i pregiudizi e l'ignoranza legati a tale sindrome aumentano le sofferenze di chi ne viene colpito.
Quale ignoto tabù ha fino ad oggi impedito di prendere in esame, da un'ottica diversa, una malattia della quale le statistiche ci informano, invece, essere affette troppe persone?
L'epilessia è forse l'unica malattia per la quale la medicina popolare dispone effettivamente di scarsi rimedi: la sua cura è quasi esclusivamente affidata a particolari rituali terapeutici a sfondo magico-religioso, in genere connessi con la venerazione dei Santi Paolo, Vito e soprattutto Donato.
E così non poteva non essere, dal momento che per questa singolare infermità è stata vista, in tutti i tempi e presso qualsiasi civiltà, un'origine sacra .
Nella Grecia classica era un morbo sacro.
Gli epilettici, come i folli, i selenikoi, erano vittime dell'irrazionalità divina ed appartenevano al mondo delle tenebre, dell'incertezza e dell'instabilità: il mondo della luna e, come per la passione, tale disturbo, veniva patito senza possibilità di scampo, alimentato spesso da irrazionalità distruttiva.
Nell'ambito medico, la scuola ippocratica perseguiva un ideale di equilibrio psico-fisico:
i quattro umori costitutivi dell'uomo, simmetrici ai quattro elementi del cosmo, sono in ordinata proporzione tra loro; ogni volta che tale proporzione è violata, si scatena la malattia
Ciò apriva la strada ad una considerazione più laica della malattia mentale (distinta in phrenesis, melancholia e mania) indagata per sé sola, senza intercorrere all'intervento degli dei.
Anche in questo caso, però, concepita come un'alterazione dovuta ad una causa esterna che metteva in moto il processo di squilibrio umorale.
Nel mondo latino la malattia mentale, quindi l'epilessia, era vista come
rottura degli squilibri che salvano l'uomo dal caos della ferinità
Il malato-folle era, dunque, escluso dalla società: parte integrante della natura, non della cultura, a metà strada tra una belva ed un dio . Aveva dunque completa indipendenza e completa impunità.
Questo era però anche il suo limite invalicabile.
Intermediario col sacro era profondamente rispettato: ma per lo stesso motivo, profondamente temuto. Non gli era permesso di uscire dalla sua condizione e, per questo, la sua guarigione era così impensabile. Nello stesso momento in cui veniva accettato nella società, era anche, rigorosamente, isolato. Era libero ma nessuno poteva liberarlo, se non una divinità o un santo. Aveva la vista più acuta di tutti, ma nessuno sosteneva la sua vista senza timore.
La più straordinaria testimonianza medievale sulla malattia mentale è certamente rappresentata dal De Melancholia di Costantino Africano (XI secolo), di origine araba, ma vissuto a Salerno, al quale è nota, attraverso le fonti antiche, la complessa fenomenologia dell'alterazione della mente. Nella sua opera distingue, sulla scia di Ippocrate, due tipi fondamentali di squilibri: quelli dei melanconici, derivanti dalla melan chole o umor nero e quelli dei collerici derivanti dalla bile rossa. I primi sono parzialmente identificabili con le nevrosi; i secondi con le psicosi.
Costantino analizza a lungo l'eziologia e la casistica delle varie forme di malattia, proponendo rimedi di vario genere, tra cui (meravigliosamente moderno) quello di parlare con il malato e di scoprire attraverso il colloquio le radici nascoste del male.
E' interessante osservare come, per Costantino, la Melancholia non deriva, come avverrà nel futuro, dall'acedia, ma dalla tristizia: ciò significa che è il frutto non di uno stato depressivo generale, ma di un vero e proprio corto circuito, spesso dovuto ad un trauma o ad una vicenda storicamente accertabile, che ha fatto imboccare all'individuo una strada senza uscita, la cui caratteristica fondamentale è la separazione dal resto de mondo e la sensazione di isolamento. Un cambiamento nell'esistenza, spesso dovuto ad un lutto o una malattia, che fa ritirare chi soffre su di sé, per l'incapacità di sopportare il dolore .
Il fine di Costantino è aiutare il malato a ritrovare il proprio equilibrio, una serena allegria in cui si esprima spontaneamente l'istinto dell'uomo, naturalmente portato alla socievolezza e alla vitalità.
Le sue teorie non ebbero successo al di fuori del campo medico, poiché nella mentalità comune si tradussero, ridotte ai minimi termini, allo studio del carattere: i tipi del malinconico e del collerico divennero gli schemi di lettura della complessa realtà della psiche.
La casistica sui temperamenti e sugli umori si svilupperà alla fine del Medioevo e nel Rinascimento. Artisti e filosofi arricchiranno il tema con interventi originali .
Il morbus sacer, dell'antichità classica, si è trasformato, con l'avvento del Cristianesimo e con l'attribuzione ai santi di precise facoltà taumaturgiche, in mal de Saint Jean, mal de Saint Gilles o St. Valentins-Sucht , a seconda della diffusione geografica del loro culto.
Nelle nostre regioni meridionali l'epilessia prende generalmente il nome di Ballo di San Vito, riferendosi allo strano movimento che tale malattia comporta o più ampiamente di male di San Donato.
Qui il vescovo aretino, martire sotto Giuliano l'Apostata nel 362, con festivo al 7 agosto , è unanimemente riconosciuto come il principale protettore di quanti sono colpiti dal male.
(Fig. 3) San Donato di Arezzo
Per approfondire e comprendere meglio il tipo di culto che, tradizionalmente, nei secoli si è affermato attorno alla figura di San Donato, è bene, prima di tutto, fare alcuni cenni sulla sua vita, cercando di ricostruire le vicende e l'ambiente che lo riguardano attraverso documenti e testimonianze, operando un'analisi critica per discernere gli elementi certi ed autentici da quelli dubbi o palesemente inattendibili.
A proposito di San Donato, vescovo di Arezzo, santo e martire, Lucchesi nella "Bibliotheca Sanctorum" scrive:
celebratissimo vescovo di Arezzo, fu martirizzato, secondo la tradizione, sotto Giuliano l'Apostata il 7 agosto del 362
Confessore, secondo il martirologo gerominiano e martire secondo una passio leggendaria del V - VI secolo, che ne racconta la vita e il martirio (BHL, I, p. 344, n. 2289), composta, sempre secondo la tradizione, dal suo secondo successore, Severino.
Nativo di Nicomedia , Donato ancor fanciullo, era venuto a Roma con la famiglia dove fu educato e fatto chierico per mezzo del sacerdote Pimenio. Era suo compagno di età e di studi lo stesso figlio di Giulio Costanzo, Giuliano (331-363), fratello dell'imperatore Costantino, ma mentre costui giunse sino a diventare suddiacono della Chiesa romana, D. rimase semplice lettore. Questa eccezionale amicizia sarà poi così commentata da S. Pier Damiani:
ecco che nel campo del Signore crescono assieme due virgulti, Donato e Giuliano, ma uno diverrà cedro del paradiso, l'altro carbone per le fiamme eterne
Giuliano, infatti, dopo essere stato proclamato imperatore ed apostata nel 354 d. C., rinnegò la sua fede e accusò tutti i cristiani di essere la causa della decadenza dell'impero e una nuova persecuzione si abbattè sulla Chiesa . A Roma ne furono vittime, tra gli altri, il prete Pimenio e i genitori di Donato. Questi, allora, fuggì ad Arezzo dove fu amorevolmente accolto dal monaco Ilariano. Con il quale vivrà nella penitenza e nella preghiera ed opererà tra il popolo conversioni e prodigi. Darà la luce e la fede ad una povera donna cieca, di nome Sirana, libererà dal demonio il figlio del prefetto della città di Arezzo, Aproniano . Un avvenimento importante si verificò quando un esattore delle tasse, Eustasio, affidò il suo denaro alla moglie per custodirlo, ma questa, di nome Eufrosina, dopo aver nascosto la somma, morì improvvisamente. Donato, riportando in vita Eufrosina, farà recuperare felicemente il denaro .
In seguito D. fu ordinato diacono e poi sacerdote dal vescovo Satiro e dedicandosi con fervore alla predicazione in Arezzo e nelle campagne circostanti, convertì un gran numero di pagani. Alla morte di Satiro, D. fu invitato a succedergli e venne consacrato vescovo di Arezzo da Papa Giulio I moltiplicando, così, il suo fervore nella divulgazione del cristianesimo e nuovi prodigi confermarono la sua predicazione.
Durante una celebrazione eucaristica, mentre si svolgeva il rito della Comunione ed il suo diacono Antimo stava distribuendo il vino consacrato ai fedeli con un calice di vetro, irruppe nella chiesa un gruppo di pagani gettando a terra il calice che andò in frantumi.
Tutti i fedeli restarono costernati dell'accaduto, ma D., dopo un'intensa preghiera, raccolse i frammenti del vetro per ricomporre il calice sacro che, pur mancante nel fondo di una notevole sezione, rubata dal demonio, continuò a servire alla sua funzione senza che il liquido si disperdesse minimamente, cosicché il miracolo apparve ancor maggiore. Il fatto stupì, e ben settantanove pagani si convertirono.
Quattro settimane dopo, il praesus augustalis Quadraziano, governatore della città di Arezzo, fece arrestare sia Ilariano che Donato al quale, il giorno seguente, cercò di far rinnegare la fede in Cristo. Donato non accettò e venne ripetutamente percosso con delle pietre al volto. Dopo un mese i due religiosi verranno giustiziati sub Iuliano (361 - 363): il monaco Ilariano il 16 luglio nella città di Ostia, fustibus caesus, il vescovo avrà il capo troncato in Arezzo il 7 agosto del 362 d.C., alla giovane età di trentenni.
Questa è in sintesi la passio Donati (BHL, I, p. 334, n. 2289), ma gravi sono le difficoltà che militano contro la veridicità storica di questo documento al quale, infatti, seguiranno una serie di contestazioni a molte delle affermazioni contenute in questo racconto .
Lucchesi conclude, quindi, affermando:
non è assolutamente possibile supporre che durante la sua persecuzione si siano verificati tutti gli avvenimenti della vita di D., dal martirio dei genitori fino alla fuga in Arezzo, alla sua elevazione al sacerdozio e poi all'episcopato e poi finalmente al martirio (.) tutti avvenimenti, questi, che per il loro svolgimento hanno bisogno, non di pochi mesi, ma addirittura di decenni.
(.) la passio Donati, come quella di numerosi altri santi umbro-toscani e romani, aventi tra loro molteplici somiglianze di lingua, stile e orditura, sono state tutte composte in Roma da scrittori della stessa scuola, con analoghi metodi e procedimenti, e che questo potè avvenire dalla fine del secolo V a tutto il VI e forse anche dopo
Sempre secondo Lucchesi (1964), quattro sono le testimonianze, dirette o indirette, più sicure sulle vicende relative alla vita di S. Donato , il quale è qualificato dalle fonti antiche come confessore e non come martire. Il termine confessore, in effetti, è più plausibile rispetto a quello di martire se prendiamo in esame proprio a quel periodo, il IV secolo .
Non è difficile, perciò, come dice Lucchesi (1964: 781) che:
particolari difficoltà ed opposizioni incontrate e superate da D. ne abbiano trasfigurato la figura in quella di un martire
prima in senso lato (come per Eusebio di Vercelli) poi per opera di un letterato (l'anonimo compilatore della passio BHL, I, p. 344, n. 2289) nel senso vero e proprio della parola.
I.3 Culto e patronato
Circa trecento, distribuite quasi esclusivamente solo nel Centro-Sud, sono le località italiane che conservano testimonianze di culto e devozione nei confronti di un santo chiamato Donato; di queste località, oltre quaranta lo festeggiano attualmente il 7 agosto.
Nella maggior parte dei casi ci si riferisce al vescovo aretino del IV secolo, ma non mancano centri in cui il culto è rivolto a corpi santi aventi lo stesso nome, che dal più celebre, quello aretino, hanno spesso mutuato gli attributi ed il patronato.
Il San Donato venerato nel Salento e nelle zone circostanti, per esempio, è quasi certamente il ricordo di un santo greco con lo stesso nome, vescovo di Evorea in Epiro, morto verso la fine del IV secolo e che, se pur successivamente alla conquista longobarda dell'Italia centro-meridionale, il culto di San Donato di Arezzo si è diffuso progressivamente sostituendo gli altri, lasciò in eredità non pochi ricordi che andarono ad arricchire la biografia dell'aretino .
Poco si conosce del santo di Evorea, eppure dovette godere di grande devozione e anche del patronato sull'esercito bizantino o, almeno, dei contingenti di stanza in Epiro, poiché l'imperatore Giustiniano fece restaurare in quella regione due fortezze, già da tempo, a lui intitolate.
Uno di quegli scherzi della storia, quindi, potrebbe aver costretto i due santi vescovi, di Evorea e di Arezzo, a fronteggiarsi sui campi di battaglia, come protettori di eserciti opposti, quando Longobardi e Bizantini lottavano per la conquista ed il dominio sulle nostre contrade.
Curiosa coincidenza: la festa del santo di Evorea è celebrata il 7 di agosto ma di esso non si conserva memoria di specifici poteri taumaturgici. Con le sue reliquie, però, sono conservate una vertebra e tre lunghe ossa di cetaceo, nelle quali la fantasia popolare ha voluto identificare i resti di quel terribile drago che imperversava nelle terre di Epiro.
Il culto di S. Donato appare molto vivo ancora a sud di Arezzo, in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e soprattutto in Lucania dove, oltre che ad Anzi, è venerato come protettore a Ripacandida, Ruoti e Ruvo del Monte.
Particolare è il fatto che, nelle varie località di culto del Centro-Sud, San Donato è diverso non solo nel suo aspetto fisico, ma anche negli attributi simbolici e nel patronato.
Quanto all'aspetto fisico, pur essendo sempre rappresentato nei suoi abiti vescovili, è, di volta in volta, vecchio barbuto, come ad Anzi, uomo di mezza età o, addirittura, giovane quasi imberbe a Ripacandida.
Nell'iconografia meridionale, inoltre, è assente il classico attributo di San Donato: il calice mandato in frantumi dal demonio e miracolosamente ricomposto dal vescovo durante una funzione religiosa poiché, quasi ovunque il calice è sostituito da una mezzaluna: segno del dominio riconosciuto al santo sull'epilessia o mal lunatico, altrimenti detto, più comunemente dai Lucani, u mot? d? Sand? Dunòt?.
Quale sia stato il motivo che abbia determinato, o almeno favorito, l'assegnazione di questo speciale patronato non sarà certamente non l'unica guarigione operata su un ossesso, che altri santi, pur non specializzati, potrebbero vantare in un ben più alto numero.
Questo tipo di patronato, certamente, ha uno stretto legame con il tipo di martirio che per secoli si è ritenuto gli fosse stato inflitto . San Donato fu decapitato e il fatto di aver perduto la testa per mano del carnefice, dovette essere interpretato dal popolo, naturalmente su indicazione del clero, come chiaro segno di dominio su tutte le infermità che dal capo traggono origine. Di conseguenza, San Donato, si trovò ad esser invocato sia in caso di semplice emicrania, sia in caso, più grave, di epilessia.
Di analoga ispirazione ecclesiastica è certamente la leggenda secondo la quale lo stesso santo sarebbe stato affetto da epilessia e quindi, in premio della cristiana sopportazione del male, elevato a patrono di quanti, come lui, ne fossero colpiti.
Ne è testimonianza nella nostra zona U chiand? Sand? Dunòt?, in cui vengono narrate anno per anno le vicende del santo, anch'egli ritenuto affetto per venticinque anni da crisi convulsive.
Orazijone di Sande Dunate o U chiand? San Donat?
La credenza nella malattia di San Donato appare radicata nel Sannio, in particolar modo in Abruzzo ed in Lucania: in numerosi centri cultuali di questa regione, i devoti abituali sono soliti intonare un canto, la cosiddetta orazijone di Sande Dunate o U chiand? San Donat? nel quale si narra come il santo fosse costretto a letto per venticinque anni a causa della sua infermità.
E' naturale questo sacrificio, se si pensa che il dolore, in un certo senso, divinizza ed incanta .
Riporterò il testo scritto da Rosa Potenza con le poche varianti nella versione di Filomena Cetani , accennatomi personalmente da un informatore di Anzi, Rocco Sante Castrignano, 79 anni guardiano della chiesa di San Donato di Anzi , mantenendo integrale sia l'introduzione, che conferma molti degli aspetti descritti sul tipo di culto, sia il testo nella sua grafia dialettale, per ricreare quel clima di scambio che, in queste feste, nell'antichità, era fra i pochissimi momenti di incontro anche tra popolazioni di paesi relativamente vicini, fiere ognuna della propria identità.
Questa passio, oltretutto, pur nelle sue naturali varianti linguistiche, può veramente rappresentare uno dei motivi più unificanti tra i vari centri di culto di San Donato nell'Italia meridionale:
Sandi Dunate, lu granni pastore,
cchè privilègge è la tua mane!
Cchè privilègge è la tua mane,
ca ogn'infèrme ca retorn'è ssane.
- Partire me ne voglie da stu regne,
pèrdi li forze mìe, pèrde l'ingègne;
pèrdi li forze mìe, pèrde l'ingègne;
partire me ne voglie da stu règne.
Evviva Sandi Dunate, Sandi Dunate èvviva!
Evviva Sandi Dunate, pe cquanda
hraüüie fa.
Alli une me ne sendìe chiamane,
alli trè me vère chi m'à vviste.
Quèst'è la case di lu bèàte màrtere;
chi l'à ffatte staie bèn provviste.
- Ad alli düa me sendìa chiamane,
Alli trè me vère chi m'à vviste.
Pèrdìe la caccia di lu bèàte mastre,
Ca me fèce stane bèn provviste.
Alli quatte me sèndìa fèrùte,
lu pètte me cèrcàve la misèricòrdie,
la lingua me dicìa: Aiut'aiute!
Alli cingua mi so mmise a llètte.
Li ggènda mi diccene: Can un d'aggiove!
Ma gli occhi mièie chiangìene cu ggrand'affètte.
Alli sèie me voglie confessane,
perdone a mmamma mìa voglie cercane.
Quèsta cose tutte l'abbiame da fane.
Alli sètte na bbèlla sapiènüe:
lu pètte, la lingua me cercave la comunione,
si Ddìe me la mann'in salvamènde.
Alli hotte li molti persone
Venìene ngasa mìa a visitane;
me raccundavene li lore ragione.
Alli nove num putìa alluccane;
supr'allu lètte mìe na hran tèmbèste; nèssun'aiute m'ane putute dane.
Alli diece me voglie fa putrèste:
mitte me vulìe na nèra vèste;
mitt'ìe me voglie na nèra vèste.
Alli ùnnece mi sènde sckunderbate,
O apiüiale mìe, fa valènde!
Viera stu puze mìe quand'è mmangate!
Alli dùdece li mèie parènd
Venìene ngasa mìa a visitane,
mi raccundàvene l'ore e li mumènde.
Alli trìdece voglie addumannane
Quidde ca m'à ppurtat'a comunione
Si st'ànima mìa si poti salvane.
Alli quattòrdece liu molti persone
Venìene ngasa mìa a visitane,
mi raccundàvana morte e passione.
Li quìnece la mìa sorèlle scapellate
Nand'allu lètte mìe a ffar la croce.
Quèst'ànema mìa te sìe raccumannate!
Li sìrece la mìa màdera piatose
Vedìa li nère panne preparane;
quisse so li panne ch'amma vestì lu spose!
Li dicessètte li vedìa cumbrane
Li bianche ndorce ri stu corpe morte;
nèssun'aiute m'ane potute dane.
Alli diciotto mi lamènd'e lagne,
turbà mi sènd e li cambane sònene;
hìe mo mi rivolge a altra bbanne.
Li dicennove se sènde na forta voce;
vidìa li mèie cumbagne a mman' a mman:
lavande me purtàvene griglie e rrose.
Alli vinde siam'arrevate al poste,
siame arrivate a cquèlla tèrra sanda.
Dicitemill'a mmè nu Paternostre!
Alli venduta l'ufficie se cande;
se sèndene n'ata vota li cambane.
O mamma mìa, di nuov'oscuro piande!
Alli vindiduie se apre la sepoltura.
Nu lla vidite più la mìa figure!
Nu lla vidite più la mìa figure!
Li vinditrè so muurte, cundannate,
quèst'ànema nun g'è, vaie sutta tèrre.
Chiangite, amore mìe, parènd e ffrate|
Li vindequatte mìa madre se raccoste,
ma se raccoste cu nna carta scritte;
tinda nu lla vulìa cu cquillu gnostre.
Li vindicinghe, Licènüia, licènüie!
Hìe me part'a nnunn avèr più speranüe.
Si avèsse fatte qualche disubbidiènüe.
Quist'è lu chiande di Sandi Dunate;
vindicing'anne a llètt'è state malate.
Ma chi lu sap'e chi maggior lu mbare,
è libbèrate da quiddu brutte male.
Chi lu sape e cchi maggior l'apprènne:
vindicing'anne d'indulgènüi'ammènne!
Biate a chi lu cand'e chi lu sone:
se la uaragne la divuüione.
- Nu Paternostre e n'Avèmmarìe,
Sandi Dunate è l'avvucata mìe. San Donato, il grande pastore,
che privilegio è la tua mano!
Che privilegio è la tua mano,
che ogni infermo che torna è guarito.
Partire me ne voglio da questo regno,
perdo le forze mie, perdo l'intelletto,
perdo le forze mie, perdo l'intelletto;
partire me ne voglio da questo regno.
Evviva San Donato.
Per quante grazie fa.
Ad un anno mi sentii chiamare,
ai tre mi vede chi mi ha visto.
Questa è la casa del beato martire,
chi l'ha fatta sta bene provvisto.
- ai due anni mi sentii chiamare,
ai tre mi vede chi m'ha visto, perdetti la caccia (?) del beato maestro,
che mi fece stare bene informato.
ai quattro anni mi sentii ferito,
il petto mi cercava la misericordia,
la lingua mi duceva: Aiuto, aiuto!
Ai cinque mi sono messo a letto. Le persone mi dicevano: Non ti giova!
Ma i mie occhi piangevano commossi.
Ai sei mi voglio confessare,
perdono a mamma mia voglio cercare,
questa cosa tutti la dobbiamo fare.
Ai sette un atto sapiente:
il petto, la lingua mi cercava la comunione,
se Dio me la manda in salvamento.
Agli otto le molte persone
Venivano in casa mia a far visita; mi raccontavano le loro ragioni.
Ai nove non potevo gridare;
sopra il letto mio tempestose convulsioni; nessun aiuto mi hanno potuto dare.
Ai dieci (mi) voglio fare protesta: mi volevo mettere una veste nera; Mettere io mi voglio una veste nera.
Agli undici mi sento conturbato.
Oh speziale mio, fa' presto!
Vedi questo polso mio quanto è mancato!
Ai dodici i miei parenti
Venivano in casa mia a far visita, mi raccontavano le ore ed i momenti.
Ai tredici voglio domandare
A quello che mi ha portato la comunione Se quest'anima mia si può salvare.
Ai quattordici le molte persone
Venivano in casa mia a far visita, mi raccontavano morte e passione.
Ai quindici la mia sorella scapigliata
Avanti al letto mio farsi la croce.
Quest'anima mia ti sia raccomandata!
Ai sedici la mia madre pietosa
Vedevo i neri panni preparare;
Codesti sono i panni per vestire lo sposo!
Ai diciassette li vedevo comprare Le bianche torce per questo corpo morto, nessun aiuto mi hanno potuto dare.
Ai diciotto mi lamento e lagno,
turbare mi sento e le campane suonano; io ora mi rigiro nel letto (penso ad altro)
Ai diciannove si sente un vociare;
vedevo i mie compagni tenersi per mano:
mi portavano avanti gigli e rose.
Ai venti siamo arrivati al posto,
siamo arrivati a quella terra santa. Ditemelo per me un Padre nostro!
Ai ventuno l'ufficio si canta;
si sentono un'altra volta le campane. Oh mamma mia, di nuovo oscuro pianto!
Ai ventidue si apre la sepoltura. Non la vedrete più la mia figura! Non la vedrete più la mia figura!
Ai ventitrè sono condannato a morire; quest'anima non c'è, va sotto terra.
Piangete, miei cari, parenti e fratelli!
Ai ventiquattro mia madre si accosta,
ma si accosta con una carta scritta;
non la volevo tinta con quell'inchiostro.
Ai venticinque, Addio, con permesso!
Io mi parto per dove non c'è più speranza, se avessi fatto qualche disubbidienza.
Questo è il pianto di San Donato;
venticinque anni a letto è stato malato.
Ma chi lo sa e chi maggiormente lo impara,
è liberato da quel brutto male.
Chi lo sa e chi maggiormente l'apprende:
venticinque anni d'indulgenza. Amen.
Beato chi lo canta e chi lo suona:
se la guadagna la devozione.
- un Padre nostro e un'Ave Maria,
San Donato è l'avvocato mio.
I.5 U riavol n'gorp?
La maggior parte delle malattie mentali, poiché il soggetto aveva come l'impressione di una certa alterazione del funzionamento abituale della sua coscienza e di vivere un altro rapporto con il mondo, con se stesso, con il suo corpo, con la sua identità, erano considerate di origine sovrannaturale e venivano attribuite anche all'influenza di demoni maligni che si credeva introducessero uno spirito, una pietra, o un verme nel corpo dell'ignaro malato.
Questi strani fenomeni potevano essere evitati mediante pratiche diverse: la stregoneria, la danza, la magia, l'uso di talismani e portafortuna.
Se, tuttavia, il demone riusciva a penetrare nel corpo della vittima, in assenza di tali precauzioni o nonostante queste, oltre a cercare di rendere il corpo inospitale al demone, percuotendo, torturando e tenendo a digiuno il posseduto o espellendo lo spirito alieno con pozioni che provocavano vomito violento, o estraendolo attraverso un foro praticato nel cranio , si poteva provare con il ricorso ad un santo.
Secondo la credenza popolare, il demonio era sempre in agguato. Se incontrava un individuo che mostrava qualche debolezza, se ne impadroniva e costui perdeva la ragione.
Rispetto agli antichi invasati, l'indemoniato presentava una fenomenologia molto più drammatica: la sua anima era il terreno di lotta tra il Bene ed il Male e la sua esperienza soggettiva si dilatava immediatamente agli estremi limiti dell'universo come specchio del conflitto tra il Principe delle tenebre e la Luce Divina.
Non è da escludere, anche in questi casi, il ricorso a San Donato, sicuramente in ricordo delle guarigioni operate su persone ritenute ossessionate dai demoni.
Nella sua vita, infatti, si narrano episodi, come quello di Asterio e di un'altra fanciulla di Arezzo, in cui Donato è esorcista.
Asterio, figlio di un noto personaggio della città di Arezzo, ammalato di epilessia, cadeva frequentemente a terra, si contorceva e nessun medico riusciva, in qualche modo, a guarirlo.
Solo Donato comprese che il suo era un male spirituale, ed ordinando al demonio di lasciare quel bambino, lo guarì per sempre riportandogli salute e pace.
Anche la figlia di un potente, ritenuta oppressa dal maligno fu liberata per sempre, grazie alle continue sollecitazioni e preghiere di Donato .
Sin dal primo Cristianesimo si individuano due modi distinti di rappresentare gli uomini posseduti dai diavoli: nel primo, il malato non presenta segni visibili, che manifestino il suo stato ; nel secondo, invece, è sostenuto da vari uomini che lo trattengono a forza, ed in transe si contorce, tremando, gettando il corpo all'indietro o spalancando le braccia .
Gli uomini che lo sorreggono, lo afferrano vigorosamente, in genere sotto le ascelle, costringendolo a stare eretto e a non agitarsi.
In un celebre studio, il grande neurologo francese dell'800 Charcot, analizzando le posizioni degli indemoniati nelle raffigurazioni degli artisti medioevali e moderni, sottolinea le evidenti similitudini con le posizioni dei suoi pazienti, affetti da crisi isteriche o da epilessia .
L'arte imita la natura
dice Charcot, poiché mostra ciò che si vede realmente.
Il ragionamento si potrebbe capovolgere:
è la natura che imita l'arte
poiché, spesso, certi gesti non sono il risultato di spasimi incontrollabili, ma di stilizzazioni coatte, imposte dalla tradizione ai singoli.
In realtà, come già avveniva con la follia, si preferisce raffigurare gli indemoniati secondo codici rigidi di rappresentazione, che sottolineino la loro qualità simbolica, non la specificità storica della loro esperienza.
L'indemoniato deve esprimere l'anima attraverso il corpo. Per questo, come nei santuari, non conta cosa si scopre sul suo viso, ma cosa si scopre alla sua vista: è una lezione morale per il mondo dei sani.
Ancora una volta, perdere la ragione significa essere preda di forze estranee all'uomo: forze misteriose, che non nascono dagli abissi del cuore, ma dagli abissi del cosmo, abitati dagli angeli ribelli e dai nemici di Dio, da debellare con il ricorso ad una divinità, in questo caso un santo.
I.6 U' male de Sand? Dunòt?
Prima di prendere in esame il complesso dei riti legati alla devozione per questo santo taumaturgo, sarà opportuno accennare alle credenze sull'eziologia e sulla terapia popolare dell'epilessia, così come sono emerse dalle fonti bibliografiche e dalle indagini condotte sul campo .
Questo potere di guarigione dall'epilessia è riconosciuto a San Donato pressoché in tutto il Meridione ed è indicato di volta in volta come male de Sand? Dunòt?, mote de Sand? Dunòt? , guajie de Sand? Dunòt?, u tuucch?, u mot?, ecc. e comprende pure l'infarto, l'apoplessia o l'ictus, la paresi, le agitazioni motorie in genere e la còrea, detta anche a rettèteche e soprattutto pure il noto ballo di San Vito.
Il più delle volte, addirittura, i termini per indicarlo sono utilizzati in assoluto, come u male, u mote, u guajie , ed anche u tr?m?lizz?, u cutulami?nt?, senza alcun riferimento al santo, a dimostrazione di come questa malattia sia ritenuta la più terribile e temuta ed il santo, l'unico con poteri di intervento, tanto che non c'è nessun bisogno di specificarne il nome.
Questo singolarissimo privilegio pone San Donato tra i santi più venerati e temuti del Sud; venerato per il suo patronato assoluto sull'epilessia, ma al tempo stesso temuto, come San Paolo, in quanto può colpire con lo stesso male coloro che si rendono colpevoli di mancanze più o meno gravi nei confronti suoi o dei precetti della Chiesa; tra i quali la bestemmia, l'inosservanza del festivo, l'incredulità nel suo potere taumaturgico, i voti non mantenuti .
Motivo ampiamente diffuso è quello che vede all'origine del male in un soggetto la coincidenza della data del suo concepimento con quella della sua nascita. Nel caso che la prima corrisponda alla mezzanotte del giorno dell'Annunziata, il 25 marzo, e l'altra a quella del giorno di Natale, il destino del neonato sarà fatalmente segnato: epilettico, lupo mannaro o quantomeno stregone, come vogliono molti detti:
chi nasce la notte de Natale, o è llope o è ccane (.) chi nasce la notte de Natale se è mmàscule, è stregone o lope mannare;
se è ffèmmen', è stréhe
Alla base di questa credenza è, con ogni probabilità, la relazione tra le due date e le fasi lunari ( anche per questo mal di luna), di novilunio e di plenilunio, durante le quali, proprio perché favorevoli all'insorgere di una variazione negativa nel fisico dell'uomo, è indicato recitare speciali preghiere o formule atte a scongiurare gli accessi di mal caduco.
Non è comunque da escludere, a questo proposito, un'interpretazione legata alla visione della malattia come punizione per la trasgressione di un divieto o per un'offesa recata alla divinità.
Nessun essere umano può venire al mondo nello stesso, preciso momento del Cristo, ma se ciò dovesse accadere, questa nascita , sarebbe carica di una potenza talmente negativa che al neonato toccherebbe in sorte una vita sicuramente diversa e tormentata.
Per rimanere nel campo delle credenze intorno all'origine dell'epilessia, come conseguenza dell'inadempimento di taluni obblighi, è da segnalarne un'altra che, raccolta a Teggiano in provincia di Salerno, è certamente presente in un'area molto più vasta. Essa si riferisce al saluto da rivolgere all'arcobaleno attraverso questa formula:
ti salutu bell'arcu, bellu pintu e bellu fattu,
a chi te veri e nu' ti saluta, lu coloru tramuta!
Si suol dire, scriveva Gaetano Amalfi, che chi vede l'arcobaleno e non recita questi versetti è preso dall'epilessia .
L'arcobaleno, presso molte popolazioni, è interpretato come segno di benevolenza da parte della divinità: maggiormente in ambiente rurale, dove esso rappresenta la cessazione di violente precipitazioni che potevano compromettere un lungo lavoro di coltivazione . Il non salutare, quindi, con il dovuto rispetto e nelle forme stabilite, questo fenomeno celeste, significa mostrarsi ingrati verso quelle forze benefiche che hanno garantito un buon raccolto e, con esso, la stessa sopravvivenza .
Secondo un'altra credenza popolare abbastanza radicata, molto stretto è il rapporto tra le condizioni psico-fisiche dei genitori e la presenza di casi di epilessia nella prole: le testimonianze raccolte hanno dimostrato come si ritenga comunemente che, a tale rischio, siano soggetti soprattutto i figli di alcolizzati.
Non meno diffusa è l'opinione che vi sia predisposizione all'infermità in coloro che sono nati da un matrimonio che non fa sangue, cioè tra consanguinei. Simili unioni non dovevano essere infrequenti fino agli inizi del secolo, dal momento che in molte località appenniniche gli abitanti vivevano in quasi totale isolamento, spezzati soltanto da occasioni di pellegrinaggio o di fiere in qualche paese vicino.
Anche la paura, specie se provata di frequente nell'infanzia e nell'adolescenza, si ritiene possa provocare i primi accessi epilettici. Una teoria, questa, che, ripetutamente avanzata nel corso dei secoli anche da parte della medicina colta, trae origine dall'opinione che, per lo spavento, il sangue del soggetto che ne è colpito può rivulticarsi (rimescolarsi) ed i nervi essere urtati .
L'epilessia, come si è visto, è malattia che per la sua particolare natura è fatta rientrare nella sfera del sacro, per cui si ritiene popolarmente, che la sua guarigione non dipenda dall'intervento umano ma unicamente dall'intercessione di un dio, del santo patrono. Questi, dunque, ha il potere di togliere il male ma, al tempo stesso, anche di provocarlo, nella sua duplice natura.
In effetti, ritenendo che il male sia inviato dal santo, lo si colloca in una sfera extraumana, sottraendosi alla vergogna di una malattia che altrimenti sarebbe oggetto di tanto disprezzo.
Nel corso delle indagini condotte è frequentemente emerso il motivo dell'offesa recata, in qualche modo, al santo per giustificare l'insorgere dei primi accessi convulsivi o di una malattia.
L'origine delle crisi epilettiche in un soggetto può, quindi dipendere, quasi come una conseguenza, dal comportamento di questi verso il taumaturgo che:
der Heilige der schlägt
sembra dia le botte con le sue grandi mani divine .
Valga per tutti l'esempio di un fatto narratomi da un informatore di Cancellara, Pietro Calocero, di 73 anni.
Pietro è uno dei fedeli più attivi nel pellegrinaggio a Ripacandida, uno dei centri cultuali più importanti di Basilicata per la venerazione di San Donato.
Questo fatto viene cantato ritualmente, da Pietro ogni anno per circa due ore, senza nessuna interruzione, in processione presso il santuario di San Donato in Ripacandida, per voto fatto a causa di un avvenimento accadutogli nel lontano 1959 .
Questa storia è molto nota a Ripacandida come ad Anzi, e costituisce ciò che viene chiamato u capit?l? d? San Donat?, che Pietro dice di aver scritto, in una fredda notte d'inverno, dopo due anni di pellegrinaggio al Santo, dopo averla sentita narrare più volte dai fedeli e che per la prima volta cantò sotto gli ulivi all'ingresso di Ripacandida, nella tenuta di Michele La Morte, dove si accampavano i pellegrini.
I.7 U capit?l? d? San Donat?
Il Capitolo, narra delle vicende di una giovane che si rivolse al Santo per ricevere la grazia della guarigione.
Le due strofe introduttive, unitamente al ritornello, celebrano la grandezza del Santo, la sua grande disponibilità a far grazie ad Anzi e la residenza del Santo a Ripacandida.
Evviva San Donato pæ qquanda grazzije fa
(Anzi),
Evviva San Donato ca a R?bbacann? sta
(versione Cancellarese scritta da Pietro).
Inizia, poi, subito il racconto.
San Donato e San Michele erano fratelli e facevano molte grazie (Anzi) ma San Michele ordinò a San Donato di occuparsi soltanto dei bambini dai tre mesi ai tre anni con questa grave malattia (Ripacandida).
Una ragazza di quattordici anni, colpita dal male di San Donato, l'epilessia, chiese la grazia della guarigione facendo il voto di non sposarsi:
ma si stu mal? mi faji luvan?, la feda mia a tte li l aggia donani
Guarì talmente bene che ricevette molta proposte di matrimonio (sappiamo bene quanto contasse nei secoli scorsi l'integrità fisica nella scelta del proprio compagno di vita!); ma lei restò fedele al voto e lo ribadì:
la fed? l'aggi donata a Sandi Donat?
affermando anche di volerlo rinnovare ogni anno:
Nnand ca la fed? l aggi donat?, Sandi Donat? ogni amm? t? vogli purton?
Intervenne, però, la madre, magari presa dall'ansia di dare una sistemazione alla figlia, e la costrinse, a bastonate, a contravvenire al voto e subito ridivenne malata:
Lu ott? s? spusav?; lu novi di matina s ecchiti malata (Anzi)
nella versione di Pietro, invece si narra che la madre la costrinse a fare il voto poi non mantenuto.
San Donato, nella sua immensa bontà, le apparve in sogno e, quasi, le rinfacciò di aver contravvenuto al voto fatto; le impose, come rimedio, il pellegrinaggio al proprio santuario:
S è vver can un z? steta tu, dævota mèja, drett a la cappella mèj? aja vinin?
La donna si giustificò chiedendo che le fosse indicata la strada e San Donato, sempre disponibile rispose
La vija di lu vosk? aja pigliani, vianova vianov aja camminan?; p? nnand aja truvò na fundanella (Anzi), nu crocefiss? (Ripacandida) da ddè s? ved? la mia cappella
La mattina seguente, raccontò il sogno al marito che perplesso chiese un segno.
Ecco il segno, una lettera sotto il cuscino. Lui analfabeta, andò in piazza per cercare qualcuno che glie la leggesse e si sentì rispondere:
Biet a vvuj, cumbor? mij?, ca lettr? d sand? ræciævit?!
Decise, quindi, di dare ascolto alla moglie e di mettersi in cammino; la caricò sulla mula come legna secca ed affrontarono il viaggio con solo del pane; per strada avrebbero incontrato la fontana per dissetarsi.
Arrivati alla cappella,
vitar? pi vitar? anni ggirat?
fecero i tre giri intorno, e, al cospetto del Santo fecero la loro offerta,
bbast? lu liv? stu brutti mal?!
San Donato non volle l'offerta ma, la promessa di non parlare con nessuno della grazia ricevuta.
Tornati a casa, trovarono nuovamente la suocera ad aspettarli sull'uscio di casa. Il marito si recò in campagna e la suocera chiese:
la grazzij? c aj avut? ma quandi v è custati a Sandi Donat??
E per farselo dire
subbæt? l accuminzaj a bastonan?
La povera donna, esausta, contravvenendo nuovamente al voto, confessò:
Duicindi ducat? 'ngi ammi portat? e nnati dudci o tredc 'ngi amma arrijalat. E nnati dudci o tredc 'ngi amma arrijalat?; na tavæl? d? ciumb? ciæchet ammi pagat?
(Anzi), che diventano a Ripacandida dodici ceri votivi da accendere al santo ed un pranzo per i poveri.
Naturalmente, si ritrovò malata peggio di prima. Ritornò il marito e, la rimproverò
S? Sandi Donat? nun t avess avvisat?: tu nu ll avva dici? la veritat?
ormai conoscendo la strada, tornarono nuovamente al Santuario. Al suo cospetto
jiv a piglià la capezz? d? la mul? e s? la dacij? la disciplin?
Riottenne nuovamente la grazia e, ritornati a casa, trovarono sull'uscio ancora la suocera che è indispettita a tal punto da fracassare le botti del vino e svuotare i contenitori del grano. Ma San Donato, paziente li ghingjej?. Non contenta, per le strade, bestemmiando, gridava:
Povær? fegl? mèj? arruinat?, vej? fatægann? sul? p? Sandi Donat?
A questo punto, la punizione non potette che essere tremenda;
Lu n?mic? l a vulut? mett a ffin? : a pirt? la terr e l a sotterrata
La versione di Anzi termina, a differenza di quella di Pietro che, umilmente, conclude dicendo:
la storia è iniziata e l'ho finita e se ho fatto degli errori mi compiatite, la
storia l'ho cantata tutta quanta, chi ne sa più di me si faccia avanti
Sandi Donat e Sandi Michel erini frat?, ma ern? tutt e dduj? fratello car?.
Evviva San Donat e San Donat è Ssand, evviva San Donato pæ qquanda grazzije fa.
Ma ern? tutt e dduj? fratello car?
E ggrazzj? n? facinn in quanditat?.
'Ng era na ggiovin di quattordiciann?, mo li pigliav? lu mal? di san Donat?.
O San Donato mio, cumm aggia fan?? Stu brutti mal? mi l aja fa luani;
ma si stu mal? mi faji luvan?,
la feda mia a tte ti l aggia donani.
La feda mia a tte ti l aggia donani Ca ijæ nu mm aggia maritan?.
Nun z avijja propri maritan?,
ma matrimonij? n avijja in quanditan?.
Fratello mijv v? v? putit jin?,
ca èj? nu mmi pozzi maritan?;
èjj nu mmi pozzi maritan?,
la fed? l aggi donata a Sandi Dona?.
Nnand ca la fed? l aggi donat?,
sandi Donat? ogni ann? t? vogli purton?
lu ott? sv spusav?; lu novi di matina s? cchiati malata.
Marit? mij?, cummi vogli fan?
Ca èj? so divintat? peggi? di prima?
Ma na nott? in zunn? Sandi Donat? la vovi ji:
che aj? divota mija ca sei malata?
Che aj? divota mija ca sei malata?
Dicist? can un t avija maritan?!
E' stet la mamma mèj? ca m a bbastonat?; è stet la mamma mèj? ca m a bbastonat?.
S è vver can un z steta tu, dævota mèja, drett a la cappella mèj? aja vinin?.
Sandi Donato mio, cumm aggia fani, ma questa vija ci m adda mbarani?
La vija di lu vosk? aja pigliani,
vianov vianov aja camminan?;
pæ nnand aja truvò na fundanella, da ddè s? vedv la mia cappella.
Cche vogli avè san Donato mio
Cchiù peggi? so ridotta ija.
Nun ti preoccupan?, divota mija,
a la cappella tu aja vinina.
A la cappella tu aja vinina,
pi nnandv la ngundrata na fundanella.
Pi nnand? la ngundrat? na fundanella, apprissi l a truvat? la mia cappella.
Quanti fo fatti ggiorni mo la matina Mariti mij? 'n zunn? che m aggi sunnat?
Mariti miji che sunn? ca m aggi sunnat? Che m è ccumbars? 'nnand? Sandi Donat?.
Presti mariti miji mittem?n in cammin? Lu vot? di Sandi Donat? n amma jì a luvan?
Migliora mèjj?, i sunn nun zo vver?, i sand? quiss e avæt? potæn? fè.
Tann? cred? can g è Sandi Donat?, quannæ nu signor m a purtati.
Quannæ fez jurn la matinæ,
truvov? la lættrcedd? sutt u cuscin?.
Mo s? næ vej? 'nda la chiazz?,
p? nnand lu truvov? lu cumbor?.
Si m? la vu leggi? sta cartulin?.
Biet a vvuj, cumbor? mij?, ca lettr? d? sand? r?civit?
Mo lu marit? s? mittiv in cammin?. La vuli leggi tu sta cartulin??
La vuli leggi tu sta cartulin??
Na n a lassat? 'n zunn? Sandi Donat??
Sandi Donat? mijo, cumm aggia fan?? Mo a la cappella tua vogli vinin?;
mo a la cappella tua vogli vinin?;
ma èj?, bbell?, cumm aggia camminan?.
Presti marit? mèj? mittem?n? 'n cammin, ma vid a bbrev? cumm m aja purtan?.
La mul? 'nd a la stall jiv a caccian?, cumm na legna secca l a caricat?.
Ma tre ggiorn? di la casa amma magnan?, mamm?, fanil? lu ppan? ca n amma purtan?;
mamm? fanil? lu ppan? ca n amma purtan?, pæ nnand? la ngundram na fundanella;
pæ nnand la ngundram? la fundanella, cchiù ppriss? la truvamv la sua cappella.
Mo quann a la cappella son arrivat?, vitar? pi vvitar anni ggirat?;
vitar? pi vvitar anni ggirat?,
e nnand anni truvat? la casa di Donat?.
Sandi Donat? mij? cumm aggia fan??
Duicindi ducat? ti vogli donan?;
duicindi ducat? ti vogli donan?,
ma bbast? ca lu liv? stu brutti mal?!
Ma bbast? ca lu liv? stu brutti mal?,
mo quanda vun?, ti vogli? dan?.
Ma èj? ti la fazz? p? ssenza nind?, ma sta risposta nu ll avita palisan?.
Sta viritat? nu ll aja palisan?,
pæ ssi juramind ti fazz? sanan?.
Quann? so rriturnat a la loro casa, anni turata la sogra nnandi la porta.
Anni truvata la sogra nnandi la porta, lu suo marit è andat a la massarija,
Marija mija, vav a la massarija
E tu ti ni vai a la nostra casetta.
Ma, figlia mija, la grazzija c aj avut? Ma quindi v è custati a Sandi Donat??
A Sandi Doanat? nind? nuji 'ngi ammi dat?,
è stat? na grazzja ca n a fatt?.
Ma tu m? l aja dici? la veritat?.
Subbt? l accuminzaj a bastonan?.
Oj mamma, mamma, nu mm accid cchiun? Ca èj? tæ la vogli? dici? la veritat?.
Duicindi ducat? 'ngi ammi portat? e nnati dudci o tredc 'ngi amma arrijalat.
E nnati dudci o tredc 'ngi amma arrijalat?; na tavæl? d? ciumbæ ciæchet ammi pagat?.
Na tavæl? d? ciumb? ciæchet ammi pagat? E quess è la grazzj? ca nuj amm avut?.
Povær? fegl? mèj? arruinat?,
vej? fatægann? sul? p? Sandi Donat?.
Quann è arrivat? suo marit?, a tuzzulat? sup? la port?
Marija mèj?, vin?m aprì.
Ma cumm t? vogli aprì, marit? mèjæ, ca so ddivintata peggi? di prim?!?
S? Sandi Donat? nun t avess avvisat?:
tu nu ii avva diciv la veritat?!
Jiv a piglià l accett ind a la stall?,
port e ff?nestr jiv a rupp?.
Mo ca la via m? l agg imbarat?
Dritta mi ni vav a Sandi Donat?.
Quann? nnand a Sandi Donat? so arrivat? Jiv a piglià la capezz? dæ lamula E s? la dacij? la disciplin?.
Divota mèj?, nun t accid cchiù,
ca èj? la grazzi? te l aggia fa senza nind?.
Quanti s? n? so turnat a la cas?,
n ata vot ann truat? la sogr? nnand a la port?
vid? cchè dispitt? l a vulut? fan?,
li vvott? d? lu vvin è jut a ddivacan?!
Sandi Donat? la grazzj? facij?;
èdd? li ddivacav?, èdd? li ghinghjej?
i casciun? du ggran e jut a ddivacan?; èdd? l a ddivacat?, Sandi Donat? li ghingjej?
s? mttej a jì gridann? p? la vej?:
povær? fegli? mèj? arruinat?,
vej? fatægann? sul? p? Sandi Donat?.
Lu næmuc? l a vulut? mett a ffin?:
a pirt? la terr e l a sotterrat San Donato e san Michele erano fratelli, ma erano tutti e due fratelli cari;
evviva san Donato e san Donato è santo. Evviva san Donato, per quante grazie fa.
Ma erano tutti e due fratelli cari,
e grazie ne facevano in quantità.
C'era una giovane di quattordici anni, le prese il male di San Donato.
O San Donato mio, come devo fare? Questo brutto male mi devi togliere;
se questo brutto male mi devi togli la fede mia a te la devo donare.
La fede mia a te la devo donare,
chè io non mi devo sposare.
Non si doveva proprio sposare,
ma (proposte di) matrimonio ne riceveva in quantità.
Fretelli miei ve ne potete andare
Chè io non mi posso sposare;
non mi posso sposare
la mia fedeltà l'ho donata a San Donato.
Adesso che la fedeltà l'ho donata, S.Donato, ogni anno ti voglio poartare
L'otto si è sposata;
il nove si ritrovò malata.
Marito mio, come devo fare,
che io sono malata peggio di prima?
Ma una notte, S. Donato le volle andare in sogno: cosa hai, o mia devota, per cui sei malata?
Cosa hai da lamentarti, per cui sei malata? Avevi giurato che non ti saresti sposata!
È stata mamma mia che mi ha bastonato; è stata mamma mia che mi ha bastonato.
Se è vero che non sei stata tu, mia devota dritto alla mia cappella devi venire.
S. Donato mio, come devo fare,
questa via chi me la deve indicare?
La via del bosco devi prendere,
lungo la strada devi camminare;
ad un certo punto troverai una fontanella, da quel posto si scorge la mia cappella.
Cosa vuoi che abbia, San Donato mio, sono ridotta peggio di prima.
Non ti preoccupare, o mia devota, alla cappella tu devi venire.
Alla cappella tu devi venire, davanti a voi incontrerete una fontanella.
Davanti a voi incontrerete una fontanella, subito dopo, la mia cappella.
Quando fu fatto giorno, la mattina, marito mio, sapessi cosa ho sognato!
Marito mio che sogno che ho fatto: mi è apparso davanti San Donato!
Presto, marito mio, mettiamoci in cammino: il voto di San Donato dobbiamo andare a toglierci.
Moglie mia, i sogni non sono veritieri; i santi questo ed altro possono fare.
Crederò che esiste san Donato
Solo quando mi darà un segnale.
Quando fu giorno, la mattina dopo, trovò una lettera sotto il cuscino.
Se ne va nella piazza,
e incontra il compare.
Se me la vuoi leggere questa cartolina. Beato voi, compare mio, che ricevete lettere di santi!
Subito il marito si mise in cammino. La vuoi leggere tu questa cartolina?
La vuoi leggere tu questa cartolina Che ci ha lasciato in sogno San Donato?
S. Donato mio, come debbo fare? Adesso voglio venire alla tua cappella,
adesso voglio venire alla tua cappella, ma come faccio a camminare?
Presto marito mio, mettiamoci in cammino, ma cerca di capire subito come mi devi portare.
Andò a cacciar fuori dalla stalla la mula, come legna secca la caricò.
Per tre giorni fuori di casa dobbiamo mangiare: mamma, fai il pane che porteremo con noi;
mamma, fai il pane che porteremo con noi, durante il cammino trovammo una fontanella,
più in là trovammo la fontanella, più in là trovammo la sua cappella.
Quando sono arrivati alla sua cappella, altare per altare hanno girato,
altare per altare hanno girato,
e davanti hanno trovato la casa di Donato.
San Donato mio, come devo fare?
Duecento ducati ti voglio donare;
duecento ducati ti voglio donare, basta che mi togli questo brutto male,
basta che mi togli questo brutto male,
quanto vuoi, ti voglio dare.
Ma io te la faccio senza niente (compenso), ma questa risposta non la dovrete render nota.
Questa verità non la dovrete render nota, con questi giuramenti ti faccio guarire.
Quando sono ritornati alla loro casa, hanno trovato la suocera davanti alla porta,
hanno trovato la suocera davanti alla porta, suo marito se ne è andato in campagna.
Maria mia, vado in campagna
E tu vai alla nostra casetta.
Ma figlia mia, la grazia che hai avuto Quanto vi è costata per San Donato?
A San Donato noi non abbiamo dato nulla,
è stata la grazia che ci ha fatto.
Ma tu me la devi dire la verità!
Subito cominciò a bastonarla.
O mamma, mamma, non mi ammazzare più,
io te la voglio dire la verità.
Duecento ducati gli abbiamo portato, ed altri dodici o tredici gli abbiamo regalato.
Altri dodici o tredici gli abbiamo regalato. Un pranzo per storpi e ciechi abbiamo pagato.
Un pranzo per storpi e ciechi abbiamo pagato;e questa è la grazia che noi abbiamo ricevuto.
Povero figlio mio rovinato,
lavora soltanto per San Donato!
Quando è arrivato suo marito, ha bussato alla porta.
Maria mia, vieni ad aprire.
Ma come faccio a venire ad aprire, marito mio, sono diventata peggio di prima!?
Se S. Donato non t'avesse avvisata: Tu non la dovevi dire la verità!
Andò a prendere l'accetta nella stalla, e porte e finestre andò a rompere.
Adesso che la via l'ho imparata,
dritto dritto me ne vado a San Donato.
Quando sono arrivati davanti a San Donato, prese la cavezza della mula per frustarsi.
Devota mia, non ti ammazzare più, che io la grazia te la faccio senza niente.
Quando sono ritornati a casa,
hanno trovato di nuovo la suocera davanti alla porta.
Vedi che dispetto gli ha voluto fare: le botti del vino è andata a svuotare!
S. Donato la grazia faceva;
lei le svuotava, Lui le riempiva.
I cassoni del grano è andata a svuotare;
lei li svuotava, Lui li riempiva.
Si mise a gridare per la strada:
Povero figlio mio rovinato,
lavora solo per San Donato!
Lui al nemico ha voluto metter fine: ha aperto la terra e l'ha sotterrata!
I.8 Miseria Paura Follia e Tradizione popolare
Leggende non dissimili, di numerosi casi di male di San Donato, a seguito di offese recate al santo ce ne sono tantissime .
Per quanto riguarda la terapie seguite, a livello popolare, per scongiurare l'epilessia, prima di accorrere al santuario di San Donato, alcune notizie provengono dagli scritti folklorici della fine del secolo scorso.
Le visite dal medico erano costose, lo si consultava, dunque, raramente, l'ospedale aveva la fama di essere prima di tutto un obitorio, per cui, quando la malattia diveniva insostenibile e tormentosa, quale effetto della stregoneria o punizione inflitta da qualche divinità offesa, si trattava sempre di dare risposte a cause sovrannaturali con soluzioni adeguate. Di qui il frequente ricorso a guaritori tradizionali e a pratiche demoiatriche, per la maggior parte, legate ad elementi magico-religiosi che traevano, non di rado, origine dalla medicina colta dell'età classica e medioevale .
Un rimedio, comune a quasi tutte le regioni meridionali, era quello di provocare la fuoriuscita di una certa quantità di sangue dal malato al momento stesso delle prime manifestazioni convulsive.
La provocata emissione di sangue guastato libererava definitivamente l'infermo, purché prodotta per mezzo di un oggetto di ferro, metallo, ritenuto in possesso di particolari virtù apotropaiche.
Secondo una vecchia pratica, al primo attacco del male, una persona qualunque, con un ferro, anche un ago, doveva ferire l'orecchio del paziente, in modo da farne uscire del sangue. Il povero epilettico liberato, successivamente, dava il nome di compare, o comare, a chi l'aveva curato in quella maniera.
Il ferro, tuttavia, non entrava sempre nella cura del male come mezzo atto a provocare l'emissione di sangue: a ciò era ritenuto bastante un morso all'orecchio dell'infermo da parte di persona a lui sconosciuta o, in altri casi, la semplice applicazione di sanguette dietro alle orecchie, secondo una pratica adottata anche dalla medicina ufficiale, fino ai primi decenni del secolo scorso.
In Lucania, solitamente, a chi era preso da paura, si dava e si dà, ancora, da bere vino puro, o vino in cui sia stato spento un carbone acceso o, acqua in cui sia stato raffreddato un ferro rovente, l'acqua f?rrata, per scongiurare il mal caduco.
Raramente si è dato da mangiare all'infermo, a sua insaputa, un uccello estratto dal corpo di un serpe che allora l'abbia ingoiato.
Era efficace, secondo alcuni pastori lucani, instillare nelle orecchie l'urina di bove o di vacca e sono ancora creduti utili i testicoli di porco o il fiele di agnello, bevuto nel vino puro.
Durante l'accesso, si consiglia ancora di ungere al malato le tempie e il naso con olio di scorpione.
Alcuni pretendono di fare abortire l'accesso col mormorare all'orecchio destro dell'infermo, i nomi dei tre magi .
Anticamente, durante le convulsioni, giovava trascinare il paziente sopra un mucchio di grano, ma un altro rimedio, molto efficace, era quello di adagiare il mal capitato, soprattutto se neonato, sopra un mucchio di farina nell'arca (madia) .
E' ricorrente far stringere in pugno, al bambino, una chiavetta, una chiave mascolina, come l'ha in pugno S. Donato o, appena cominciata la convulsione, porre prestamente in mano all'epilettico un mazzo di chiavi e cambiargli il nome per il resto della sua vita in Donato,
Se il malato era molto piccolo, gli si focava la nuca con un ditale di ferro arroventato, il quale non era un ditale qualunque: uno, adoperato allo spuntare del sole da una donna che compiva il cinquantesimo anno di età.
All'assalto dal mal caduco, solitamente, è d'obbligo tagliare qualche particella delle vesti, bruciarla, e profumare col fumo di essa il paziente.
A conclusione di queste brevi note terapeutiche, è interessante riferire, attraverso le parole di Giuseppe Bellucci, una pratica registrata ai primi del secolo e che l'autore segnalava nella Storia Naturale di Plinio il vecchio .
I costumi sopravvivono, i monumenti continuano a resistere, ma la tradizione che li spiega è sepolta sotto tante fiabe popolari.
È bene individuare la saggezza che i racconti cercano di esprimere.
Le tradizioni popolari, che segnano il passaggio da una fase all'altra della vita individuale, hanno avuto ed hanno ancora, per una certa parte della popolazione, un momento fortemente ritualizzato, quello delle Cerimonie religiose.
Ma, poiché la cerimonia segue la forma imposta dalla Chiesa con pochissime variazioni, è durante le fasi che precedono o seguono l'ufficio religioso che le tradizioni popolari si dispiegano liberamente.
I.9 A p?satur?, l'incubatio ed altri rituali terapeutici
Fra i motivi riscontrati nell'ambito magico-religioso in cui si muove o, meglio, in cui è spesso costretto a muoversi, l'epilettico residente nelle zone prese in esame, assume particolare rilievo quello del rito paraliturgico della benedictio ponderis del malato e della conseguente offerta a peso di questi, in grano, presso il simulacro del santo. Una particolare pratica, ritenuta efficace a scongiurare l'insorgere o il ripetersi delle crisi epilettiche, popolarmente detta pesatura, che consiste nel portare sopra uno dei due piatti di una bilancia il malato e nell'altro tanto grano quanto è il peso dello stesso, mentre il sacerdote recita una speciale benedizione nella quale sono chiaramente menzionati il valore antiepilettico della pratica e i poteri concessi da Dio a San Donato.
L'offerta in genere avveniva in grano, ma erano ben accetti anche olio, vino, cera, ecc. Nelle famiglie povere, quindi, fino a qualche decennio addietro, un caso di epilessia era certamente un grave peso, non solo da un punto di vista psicologico e lavorativo, ma anche da un punto di vista economico, in quanto l'offerta rituale al santo andava rinnovata annualmente. Non doveva essere facile mettere da parte, raccogliere o comprare una rilevante quantità di grano da donare al Santo, quando a malapena si riusciva a produrre lo stretto necessario per la sopravvivenza; ciò che non sempre avveniva.
Questa pratica, conosciuta nell'Europa nord-occidentale sin dal VII secolo, probabilmente è di origini nordiche ed è stata introdotta in Italia proprio dai Longobardi che diffusero nel Centro-Sud anche il Culto di San Donato.
Singolare è anche il fatto che questo rituale, pur celebrato altrove in nome di santi diversi, è sempre ed ovunque legato alla cura dello stesso male, l'epilessia.
Attualmente, le pratiche legate a questo rituale sono ricostruibili, ad Anzi come a Ripacandida, quasi esclusivamente attraverso la memoria ed il ricordo di persone anziane o, attraverso i residui atti devozionali, più o meno ancora praticati.
Attraverso ricerche condotte quasi esclusivamente su questo singolare rituale, sono emersi interessanti dati in proposito: la pratica si rivela estesa ad una vasta area geografica del Mezzogiorno, comprendente l'Abruzzo, la Campania e la Lucania e
la più antica notizia, riferita all'Occidente cristiano, sulla sua pratica, è fornita da Gregorio di Tours il quale, nel De virtutibus S. Martini riferisce un episodio che, se non presentasse tale originale accenno, rientrerebbe sicuramente in un modulo non infrequente nella sterminata agiografia altomedievale .
Tale rito, presto diffusosi, fu con ogni probabilità elemento non estraneo alla conversione del popolo longobardo, come su detto e, secondo il Bognetti:
la pesatura degli infanti gracili era occasione per promuovere il battesimo
la chiesa, infatti, non chiedeva necessariamente di far parte di essa, né al malato, né tantomeno ai suoi parenti, ma, attraverso questo atteggiamento tollerante ed al tempo stesso soccorrevole, riusciva ad attirare nella sua orbita intere popolazioni ancora saldamente legate alle credenze pagane .
E' comunque nell'area germanica che, tra il XII ed il XVIII secolo, è ampiamente attestata la diffusione dell'usanza dell'offerta a peso e numerose sono, infatti, le testimonianze in proposito, alcune di queste, risalenti almeno al 1200.
Con il diffondersi del rito, specialmente nei paesi di lingua francese e tedesca, si assiste ben presto al manifestarsi, quasi contemporaneo, di due fenomeni: da un lato l'estendersi dell'offerta a generi alimentari e di consumo (pane, vino, birra, lino), dall'altro il limitare simili donativi a santi dell'esclusivo patronato antiepilettico. Tale estensione-limitazione mostra, con evidenza, quanto fosse temuta questa infermità e come, in tale paura, fossero accomunate indistintamente tutte le classi sociali del tempo.
Soltanto più tardi, a partire dalla metà del XVI secolo, il rito comincia a registrare un progressivo declino alimentato, non poco, dal movimento della riforma che, nella polemica con il cattolicesimo, inserisce anche il motivo della pesatura paraliturgica, che non esita a definire pura superstizione.
La chiesa, pur non accogliendola ufficialmente nel Rituale romanum, non ha mai disapprovato tale pratica, ben rendendosi conto che, dai proventi di essa, potevano trarre sussistenza soprattutto povere parrocchie rurali.
In conseguenza dello scontro con il protestantesimo, essa è tuttavia costretta ad assumere, in proposito, un atteggiamento di estrema cautela, tentando di eliminare gradualmente tale tipo di offerta almeno nei grandi centri urbani.
Proprio in questo particolare momento storico, e qui si può scorgere uno dei motivi determinanti la decadenza della pesatura, sorgono, o quantomeno si ampliano, santuari imponenti che richiamano altrettanti imponenti masse di fedeli: si tratta, generalmente, di luoghi in cui la devozione è diretta a miracolose immagini mariane, la cui provvidenziale potenza, ovviamente senza limiti, fa sì che i pellegrini si affidino alla sua intercessione per le loro più disparate esigenze.
E' a questo punto che il culto prestato a vari santi patroni dell'epilessia comincia ad apparire circoscritto alle sole classi subalterne.
La classe egemone, a differenza di quanto accadeva un tempo, tende ora a considerare la malattia non soltanto come terribile, ma ancor più come infamante, specie se viene a manifestarsi nel proprio ambito: essa potrebbe essere interpretata come un pericoloso vizio di origine, compromettendo, così, l'ascesa sociale di un determinato gruppo familiare.
L'epilettico borghese, vittima di un codice elaborato dalla sua stessa classe, va, di conseguenza, tenuto al riparo da occhi indiscreti, isolato, il suo male prudentemente taciuto.
La vecchia nobiltà e la nuova borghesia emergente, dunque, quando non assumono un atteggiamento scettico, o quantomeno indifferente, nei confronti della religione e dei suoi riti, non si rivolgono all'intervento, facilmente individuabile, dello specifico patrono: esse trovano più opportuno frequentare, nella costante ricerca di anonimato, appunto quei maestosi santuari presso i quali, fra l'altro, hanno occasione di ostentare, attraverso cospicui
donativi ben visibili a tutti in affollate Wunderkammern la loro potenza economica .
Prima di trattare più specificatamente della sua persistenza in talune aree, delineerò un quadro della sua estensione geografica nell'Italia centro-meridionale, attraverso i dati relativi alle singole località in cui il rito è risultato presente in tempi più o meno recenti.
Legenda
1, S. Donato patrono della località.
2. S. Donato Vescovo e Martire.
3. S. Donato Martire (corpo santo).
4. Pellegrinaggio a piedi.
5. Atti penitenziali.
6. Sonno in chiesa.
7. Cambio dell'abito.
8. Vestizione dei miracolati con l'abito del santo.
9. Offerta in cera (ex voto anatomici, figure intere, composizioni di candele).
10. Oggetti benedetti (amuleti, abitini, medaglie).
11. Olio, acqua, pani benedetti.
12. Pesatura paraliturgica in chiesa o offerta a peso.
# Presenza attuale.
* Presenza accertata per il passato.
? Presenza probabile per il passato.
Attualmente, quindi, la benedictio ponderis, appare praticata in un centro campano (Contursi), e soprattutto in uno lucano (Ripacandida). La pesatura pur diretta all'infanzia, vede la partecipazione di numerosi adulti, appartenenti a tutte le classi sociali: ad essa, poi, non si sottopone soltanto il malato ma, indistintamente, ogni partecipante alla festa, dal momento che il rito viene considerato essenzialmente come una misura preventiva.
Tale pesatura a scopo profilattico è rinnovata di anno in anno dai devoti.
La stessa offerta in grano è ormai puramente simbolica: un sacco di canapa posto presso la bilancia è destinato a raccogliere i due o tre chili di cereale che qualche singolo fedele suole recare.
Attualmente, comunque, l'offerta in danaro si avvia a sostituire completamente quella tradizionale.
In Lucania, il culto di San Donato appare oggi limitato alla provincia di Potenza, con principali centri di devozione a Ripacandida, Ruoti ed Anzi.
A Ruoti, nella chiesa del patrono locale, S. Rocco, era custodita, fino agli inizi degli anni '60, una rudimentale bilancia lignea, dai piatti di notevoli dimensioni, assicurata al soffitto da grosse funi. Il rito della pesatura avveniva qui attraverso il consueto scambio grano-malato, per assicurarsi, non soltanto la protezione di San Donato, ma anche quella di San Vito e dello stesso San Rocco .
Non si è, tuttavia, in grado di stabilire se, nel caso di Ruoti, tale coesistenza abbia antica origine o se il rito, prima riservato ad un solo santo, sia stato in seguito esteso anche agli altri, allo scopo di ottenere maggiori introiti per la chiesa locale. Sta di fatto che la festa di San Donato qui, richiama soltanto pellegrini provenienti dagli immediati dintorni (Avigliano, Baragiano e casali limitrofi), determinando, come non accade invece in molte località prese in esame, anche una relativamente scarsa partecipazione economica: in ciò è probabilmente da ricercarsi il motivo di un così singolare fenomeno.
Nel centro cultuale di Anzi in cui, nel festivo, emergono numerosi e significativi elementi tradizionali, la pratica non risulta oggi in vigore. Secondo una notizia raccolta nella vicina Calvello e secondo i racconti dell'informatore di Anzi, Rocco Sante Castrignano, custode della chiesa, fino ad alcuni anni or sono:
pur? a occhi? senza p?'sa'. o s?' p?sav? pur?
si era soliti recare alla chiesa del santo, grano in quantità corrispondente al peso della persona per la quale si intendeva chiedere la grazia: non è comunque improbabile che un tempo si facesse ricorso per la pesatura ad un'apposita bilancia sistemata all'interno del tempio.
Nel centro cultuale lucano di Ripacandida, la vecchia bilancia si presenta attualmente in disuso in un angolo del santuario di S. Donato: due rozze tavole quadrate ed un braccio ligneo infisso alla parete è quanto resta a testimonianza di una pratica un tempo assai diffusa. Nonostante ciò, ancor oggi molti tengono a far risalire i malati su uno dei due piatti, depositando sull'altro un sacco di grano: una benedizione con l'acqua santa e la recita di un pater, ave e gloria concludono questo singolare rito che, a differenza dei due precedenti, non appare calendarizzato .
La pesatura paraliturgica ha rappresentato per secoli il momento più alto e più significativo di questo andare a S. Donato, il momento in cui al sacrificio fisico del pellegrinaggio si univa, non meno gravoso, quello economico dell'offerta materiale. La paura nei confronti del male di S. Donato, con tutte le conseguenze e le tensioni che poteva provocare in un nucleo familiare nel quale se ne fosse verificato un caso, spingeva i parenti dell'epilettico a privarsi non di rado di quanto era necessario per la semplice sopravvivenza .
Intesa, quindi, come un'eccezionale pratica a carattere magico-terapeutico, la pesatura era dunque posta in atto allo scopo di scongiurare un male dalla natura così misteriosa qual è, appunto, l'epilessia. Scrive Emiliano Giancristofaro:
la donazione del grano a peso sulla bilancia non dev'essere molto lontana dalla simbologia dall'equilibrio che il Santo Donato restituisce, cioè di quell'equilibrio mentale tanto compromesso dalla malattia delle mutanze: una corvèe religiosa per disperati, a cui gli interessati si sottopongono con la collaborazione dei familiari e dei parenti, per risolvere e tenere lontana una realtà dolorosa, psichica e sociale
Accanto a questa suggestiva interpretazione, potrebbe esisterne un'altra che non la esclude, ma anzi può integrarla, secondo la quale questo tipo di offerta si configurerebbe come un vero e proprio riscatto pagato al taumaturgo perché restituisca l'epilettico, che ha in suo potere, alla famiglia in uno stato di normale equilibrio psico-fisico.
Tuttavia, se si tiene presente una delle credenze relative alla causa prima degli accessi convulsivi, quella, cioè, che vede discendere il male da una colpa commessa nei confronti del santo o nell'inadempimento di taluni obblighi, il rito della pesatura potrebbe essere inteso come momento purificatorio e liberatorio, quasi una pesatura dell'anima dai peccati dei quali ci si è macchiati.
Spesso, però, la colpa non è ascrivibile all'infermo (che, nella maggior parte dei casi esaminati, ne è totalmente estraneo) ma ai suoi genitori. Essi hanno contratto un matrimonio che non fa sangue o fatto abuso di bevande alcoliche o, peggio ancora, bestemmiato il santo e così seguendo.
Di conseguenza, questi devono pagare: lo fanno, allora, assoggettandosi a quella corvèe religiosa che può protrarsi anche per decenni.
La pesatura paraliturgica dell'epilettico, o comunque della persona che si voleva rendere immune dal male di San Donato, non si presentava, almeno un tempo, come un rito isolato: essa era normalmente preceduta da una serie di atti devozionali rituali, preparatori alla buona riuscita della pratica stessa.
Si trattava, in effetti, di manifestazioni caratteristiche del cattolicesimo contadino, non di rado riscontrabili, ad eccezione di alcune, anche in altri santuari e nei confronti di taumaturghi dal diverso patronato. I momenti nei quali si attuava, ed in talune località ancora oggi si attua (Ripacandida, come riportato nella Tab. 1 a pag. 97), costituivano il pellegrinaggio tipo a San Donato.
Come prima cosa avveniva la formazione del gruppo (compagnia), nel paese di provenienza e poi aveva inizio l'estenuante pellegrinaggio, il quale, era effettuato sia per chiedere di essere liberati dal male, sia per ringraziare il santo dell'avvenuta guarigione, oppure, semplicemente, a scopo preventivo. In caso di viaggio di ringraziamento, a guidare il gruppo era lo stesso miracolato che, accompagnato da genitori, parenti, amici e compaesani si era impegnato a recarsi, almeno una volta l'anno, per tutta la vita, alla chiesa dedicata al patrono.
In genere, la compagnia si recava a piedi al santuario, portando un'immagine del santo e l'indicazione del luogo di provenienza; il faticoso cammino era sempre accompagnato dalla ripetizione ininterrotta, quasi ossessiva del canto in onore del santo u capit?l? d? San Donat? .
L'ultima parte del tragitto, che separa dal santuario, era sempre percorso a piedi nudi e, talvolta, prima di accedere al tempio, i pellegrini, soprattutto ad Anzi, erano soliti compiere tre giri intorno ad esso.
Dall'ingresso nella cappella fino alla partenza, che avveniva per la maggior parte il giorno seguente, tutti i membri del gruppo, malato compreso, che assumeva un atteggiamento passivo, quasi distaccato, passavano in secondo piano, lasciando alla donna, la madre del malato, il ruolo centrale nei successivi momenti rituali.
Ella era, o forse ancor più, è ritenuta, la vera, prima responsabile del dramma che ha colpito la sua famiglia.
Il fatto che sia stata lei a mettere al mondo un figlio diverso, indica già la sua colpa: sarà quindi obbligata a riparare attraverso una serie di prove logoranti e mortificanti compiute, come una pubblica performance, sotto gli sguardi di centinaia di persone.
È in primo piano l'estremo sacrificio, che costituisce una vera e propria offerta indirizzata al santo al fine di placarlo. Questi rituali, estenuanti e terapeutici, si completano con la liturgia collettiva, in cui spesso si cerca conferma dell'avvenuta guarigione.
L'offerta di un sacrificio morale e materiale come pena da pagare forma la base di ogni cerimonia, perché senza tale sacrificio nulla si consegue, nulla si trasforma e nulla si inverte.
Per spiegare, però, il ruolo di primo piano svolto dalle donne, bisogna necessariamente fare riferimento alle credenze popolari sull'origine dell'epilessia. Oltretutto, in una società prettamente maschilista e segretamente pervasa dal binomio
donna-diavolo, come quella dei nostri nonni e genitori, in conseguenza al peccato originale di Eva, era quasi naturale che la donna dovesse pagare, espiare le colpe derivanti dall'infrazione di divieti secolari: aver sposato un consanguineo, aver procreato senza preoccuparsi delle condizioni psicofisiche sue o del suo compagno.
Rivalutando la condizione della maggior parte delle persone affette da mal caduco, è spiegabile perché era solitamente più probabile che, ad essere schiaffeggiata dal santo fosse proprio lei, la donna, ritenuta con una maggiore naturale predisposizione del sistema nervoso all'abito isterico che, molte volte, si complicava a vera nevrosi e a crisi di epilessia.
La donna entrava nel santuario in ginocchio facendo strisciare la lingua sul pavimento, dalla soglia della chiesa, fino a farla sanguinare, e, giunta ai piedi della statua, raccontava la storia della malattia del figlio, mimandolo, concludeva con urla, pugni al petto con tutta la sua disperazione, richiedendo la guarigione in cambio del voto promesso.
Chi praticava il rito del la lèngh? strasci?nùn?, era normalmente preceduto da un'altra persona che, con un fazzoletto bianco indicava la direzione da seguire, in altri casi l'accompagnatore si serviva, per lo stesso scopo, di un bastone che batteva ritmicamente al suolo.
L'usanza, oggi, è formalmente proibita dalle autorità ecclesiastiche, costituisce con ogni evidenza un retaggio di quelle esasperate forme penitenziali che il cattolicesimo favoriva, invece, nei secoli passati.
A Ripacandida fino a non molto tempo fa, secondo una tradizione di famiglia, il segreto della guarigione, per i bambini malati, era gettarli con tonfo ai piedi della statua di San Donato, quando il prete non guardava:
Werfen nennen sie das Ritual (.)
Come per coloro che prendono i voti, si vestono, si buttano per terra dinanzi all'altare, come vuole il rituale cristiano, in ricordo dei più arcaici riti di iniziazione, quasi a voler indicare il faticoso transito vita-morte-rinascita, che porterà ad un cambiamento, una conversione, l'usanza era gettare via i bambini affidandoli in quel momento alla morte o al miracolo di una nuova vita, che avveniva, secondo alcuni racconti, attraverso un lampo, come un flash, che li immortalava bloccando la loro malattia, l'epilessia, all'istante.
La mentalità magico-religiosa aveva sviluppato come difesa, tecniche del corpo intese ad uccidere il male infliggendo a se stessi una morte simbolica attraverso un patimento reale.
Durante la notte tra la vigilia ed il festivo del santo, le madri, tenendo accanto i figli malati, cercavano di dormire, rannicchiate sul pavimento, il più vicino alla statua del santo.
Tale consuetudine è attualmente giustificata, a livello popolare, attraverso motivazioni diverse, (come la mancanza, in paese, di locande presso le quali alloggiare, come atto penitenziale strettamente legato ai precedenti, di cui è ritenuto naturale continuazione e desiderio di dormire vicino al santo almeno una volta l'anno), ben lontane, tranne forse quest'ultima, da quelle originarie. Non è infatti difficile scorgere, nel sonno compiuto presso il simulacro del santo, un residuo dell'antica pratica terapeutica dell'incubatio, largamente diffusa nel mondo greco-romano .
A conferma di ciò, è interessante notare come, secondo alcuni informatori, siano ancora in vigore alcune pratiche poste in atto al fine di conoscere se un malato goda o meno della protezione del taumaturgo. Protagonisti di un primo insolito rito, che si svolge, in genere, in forma strettamente privata, sono il bambino affetto da convulsione e sua madre. Quest'ultima fa distendere il figlio su un tappeto posto ai piedi dell'urna del santo, cercando, quindi, di addormentarlo: se il sonno sopravverrà, sarà interpretato come sicuro segno di acquisto della salute. L'altro strano rito è accertato da racconti riportati nell'opera del tedesco Thomas Hauschild, narranti estremi casi di simulazione della malattia. Si tratta di persone graziate, che mimano e fingono crisi convulsive, attacchi di epilessia, gridando e richiedendo, ancora una volta, l'attenzione del santo, per constatare, in misura preventiva, l'effettiva guarigione dal male. È tanto il coinvolgimento in tale pratica e l'intensificazione delle stimolazioni dell'attività motrice del corpo, da indurre ad uno stato modificato di coscienza visibile a tutti, che si conclude con lo svenimento nel bel mezzo della processione o direttamente nel santuario (come riporta anche l'informatore Pietro, parlando di Ripacandida). La simulazione ha la stessa funzione di un autovaccino, ci si rimette in gioco assicurandosi la protezione del santo, rievocando la stessa malattia di cui si era vittime: similia similibus curantur.
In questo meccanismo, definito di auto-guarigione , il malato è il vero protagonista del processo terapeutico, essendo egli stesso spontaneamente partecipe, col corpo e la mente, alla pratica rituale e, in più, promotore di quel processo di sprigionamento di un potenziale di autodifesa che interiormente e celatamente soggiace nell'organismo dell'individuo, il quale, mentre si costituisce, come terapeuta di se stesso, mentalmente ed emotivamente affida alla divinità la propria cura, guarigione e protezione.
Un altro antico rituale terapeutico, rinviene, poi, raccontato da Pietro Calocero, ma che era già stato registrato dal Finamore verso la fine del secolo scorso:
per voto fatto, l'infermo si veste a nuovo e va nella chiesa del santo. Colà si spoglia di quegli abiti, che dona al santo, e si rivesta di altri abiti, che ha portato seco
Con questo gesto, il malato sperava di lasciare, insieme con l'abito nuovo, anche il male e di ritornare quindi al primitivo stato di salute, simbolicamente rappresentato dal vecchio vestito. Dopo una più o meno lunga esposizione davanti alla statua del taumaturgo, questi abiti venivano rimossi e destinati in dono alle persone più bisognose del paese.
Non di rado, tuttavia, accadeva che queste rinunciavano all'offerta, adducendo, come pretesto, il fatto che è roba di San Donato e che, quindi, destinata a rimanere presso di lui.
Dietro tale rifiuto si nascondeva, in realtà, la paura di indossare qualcosa che fosse appartenuta, seppur per brevissimo tempo, ad una persona colpita da epilessia.
Secondo un'altra notizia, raccolta però da un altro informatore casuale, l'abito nuovo rappresenterebbe l'abito da morto, quello, cioè, con il quale il malato, colto da crisi così gravi da far temere conseguenze mortali, avrebbe dovuto essere sepolto .
Presenti, nelle stanze dei ricordi delle chiese dedicate a San Donato, sono anche frammenti o interi abiti nuziali femminili molto spesso a testimonianza di storie drammatiche e di atavici timori. Era un ringraziamento di una malata che, guarita, ha potuto contrarre un matrimonio altrimenti impossibile o il desiderio di una donna di mettere sotto la protezione del santo la futura prole, rendendola immune da epilessia.
Limitato oggi alla provincia di Potenza, ma un tempo presente anche nell'area del Cilento, in quella del Subappennino dauno, era ed è tradizione, ad Anzi come a Ripacandida, vestire i bambini che si ritengono graziati, con un abito del tutto simile a quello vescovile del santo. Mantello, mitra e a volte sandali e pastorale in metallo leggero, quasi come un giocare il ruolo della divinità, incarnandola con abiti ed accessori, per renderle omaggio.
Fino a qualche tempo fa, portavano questi abiti per almeno due o tre anni e così abbigliati, erano tenuti a seguire, disposti in due file parallele, la processione del 7 agosto .
Scrive il tedesco Thomas Hauschild:
non si sa se San Donato li ricorderà tutti ma i bambini certamente non lo dimenticheranno
Al termine di questo periodo, i bambini venivano spogliati presso il santuario e rivestiti con abiti nuovi, mentre gli abiti di San Donato venivano esposti in bacheche con vicino la fotografia del graziato, per testimoniare la guarigione, come ad Anzi, o lasciati in deposito presso il santuario e talvolta temporaneamente concessi in affitto a quanti, in Ripacandida, non fossero in grado di sostenere la, non certo irrilevante, spesa della confezione di un abito nuovo.
Non sempre precedente il rito della pesatura, nè, ovviamente limitata a quanti si sottopongono ad esso, è l'usanza, da parte dei pellegrini di riportare dal santuario qualche cosa che sia stata benedetta attraverso il contatto con le reliquie o con il simulacro del santo: si tratta di piccole bottiglie d'acqua, di cotoni o immaginette del santo più volte ripiegate, chiavi che, poi, venivano cucite in sacchette da legare al collo, a bb?tìn?, a scopo preventivo della malattia, ai quali vengono attribuite speciali virtù terapeutiche. Queste chiavi, infatti, ricordano il ricorso che si fa ad esse al momento della manifestazione convulsiva, per la nota credenza circa il potere apotropaico del ferro per tener lontano fatture, stregonerie e spiriti maligni. Custoditi nelle case dei devoti o portati indosso degli infermi, questi oggetti assumono quasi valore di reliquie e, di conseguenza, costituiscono un valido motivo di rassicurazione.
I simboli raccolti sul posto, infatti, si caricano di un proprio senso segreto: la presentificazione del santo, rivissuta a livello di memoria indotta dal diretto rapporto con il sito sacro.
Il culmine era rappresentato, infine, dalla solenne processione per le vie del paese, in cui il santo veniva trasportato spesso solo da donne, le stesse madri degli infermi o dei graziati.
I.10 Cenni di storia e testimonianze
Risalire all'epoca in cui è stato introdotto il culto di San Donato ad Anzi, è un problema quanto mai arduo per l'assoluta mancanza di documenti antecedenti la relazione sulla Visita Pastorale del 1716 in cui si fa espresso riferimento alla reliquia e all'altare di san Donato esistenti nella Chiesa Madre ad Anzi, per cui, per ora si possono solo proporre delle ipotesi che, proprio in quanto tali, potranno essere più o meno confermate o smentite da ulteriori e, più specifici studi o ritrovamenti.
Il Rossi scriveva che:
(.) i primi fedeli di Anzi elessero a patrono della patria l'Apostolo S. Andrea, pochè non conoscevasi altri Santi che gli Apostoli (.). In oggi però invece n'è padrono S. Donato Vescovo Aretino, martire dalla battaglia.
Io ignoro la ragione e l'epoca di tale sostituzione pe' bruciati archivi chiesastico e comunale; ma suppongo che devastata Anzi per la falda nord ed ivi la Chiesa S.Andrea ove tuttodì si mirano i ruderi, nel rifabbricarsi la città si venne a nuova elezione del Protettore
mettendo di fronte ai primi grossi interrogativi poiché nessuna ricerca archeologica ha mai confermato l'esistenza di una chiesa in quei luoghi. La Chiesa S. Andrea ove tuttodì si mirano i ruderi, che quindi doveva essere abbastanza antica, non è neppure menzionata nella relazione sulla Visita Pastorale del 1544, per cui la sua esistenza e, l'eventuale patronato su Anzi di S, Andrea restano, comunque, un grosso punto interrogativo.
Nella relazione sulla Visita Pastorale del 1544, si parla di Chiesa Maggiore con l'invocazione di S. Giuliano , e, nonostante fosse stato fatto l'elenco di tutte le chiese esistenti nel centro abitato e nel territorio, comprese quelle scoperte e diroccate, non si fa alcun riferimento alla cappella di S. Donato che si trovava, secondo il doc. AdA 1852 , in un luogo del Comune detto Ischio.
Resta, comunque, strano che non si faccia almeno menzione della cappella del santo, che avrebbe dovuto essere già allora il patrono del paese.
A proposito della questione del patrono di Anzi, tuttavia, c'è la relazione della Visita Pastorale del 1754 che parla esplicitamente di:
Altari S. Iuliani principalis Patroni sub cura Capituli e di Altari S. Donati Compatroni sub cura Magnificae Universitatis
Ritornando al problema del periodo in cui si è affermato il culto di S. Donato ad Anzi, alle ipotesi del Rossi e alle perplessità appena espresse, si può, comunque, aggiungere qualche considerazione per precisare, se non gli aspetti e le vicende particolari, almeno il quadro generale in cui possa essere stato introdotto tale culto.
L'originario culto di S. Donato di Arezzo, introdotto ed affermatosi intorno o successivamente al VII sec., al seguito del Longobardi nuovi dominatori, ad Anzi, come in altri centri del Mezzogiorno, si sarebbe arricchito con quello per un omonimo corpo santo, come fa supporre la reliquia, in epoca molto più tarda, intorno al XVI sec., di cui non è fatta alcuna menzione nella relazione sulla Visita Pastorale del 1544, citata soltanto nel 1716 insieme ad un altare nella Chiesa Madre. Solo nel 1736 vi è l'attestazione dell'esistenza di una cappella in contrada Ischio, conclusioni che portano all'epoca di fattura della statua e del braccio reliquiario , riferibili entrambi al XVI-XVII secolo.
Come risulta evidente, però, resta vuoto, senza alcuna testimonianza, uno spazio di circa un millennio che, speriamo, ulteriori ricerche e scoperte di documenti possano colmare.
La prima testimonianza, dell'esistenza di un santuario dedicato al culto di S. Donato ad Anzi è una relazione sullo Stato delle Anime del 1736 in cui, nell'enumerazione di tutte le persone in sacris, cioè dei religiosi, del Comune di Anzi, fra i tre oblati c'è anche quello di S. Donato fuori le mura di detta terra.
Da quanto finora detto e da quanto è descritto in modo chiaro e completo nella relazione sulla Visita Pastorale del 1755 dell'Arcivescovo Antinori, risultano esistenti due cappelle, una nella Chiesa Madre ed una in contrada Ischio. La prima ubicata sulla parte sinistra dell'antica Chiesa Madre ed ospitante una icona di legno, una teca, finemente lavorata in cui c'era la
statua de rilievo a mezzo busto di detto Glorioso Santo, con sua reliquia insigna sotto occhio di cristallo
chiaro riferimento, quest'ultimo, alla reliquia ed al reliquiario ancora oggi esistenti. Si descrivono, poi, sommariamente, per la prima volta, le celebrazioni in onore di San Donato . La seconda cappella , sorgeva nella contrada detta Lo molino di capo, nella piana dell'Ischio, distante un miglio ed un terzo dal centro abitato. Di buona costruzione, ospitava, oltre alle suppellettili varie,
l'Altare, dedicato à detto Glorioso Martire S. Donato con la sua statua rilevata di stucco, immobile, che viene guarnita di un'icona di legno di intaglio, e posta in oro d'argento velato.
Di particolare importanza, inoltre, è la descrizione di questa statua oltre ad un chiaro riferimento alle offerte dei devoti,
molte cere bianche, di torcie, e ceri di diversa grandezza al numero di quaranta in circa quali sono offerte di divoti, che immanentemente concorrono al soddisfo di lori voti, agli ex voto, per voti di Grazie ricevute, à fanciulli liberati da Mal caduco ad intercessione di detto Santo Glorioso
Si fa riferimento anche alla casa attigua, riservata all'oblato, che aveva il compito di tenere
essa cappella polizata, e pronta alla concorrenza di divoti; alluma lampada e altri servizi
fornendo, indirettamente, altre indicazioni sulle celebrazioni e a quello che potremmo chiamare il tesoro di San Donato , consistente di cinque anelli con pietre preziose, ed alla reliquia , con indicazioni da parte dell'Arcivescovo sulla sua custodia.
La Cappella di San Donato, quindi, era fuori le mura, cosa ovvia dal momento che, anche attualmente il santuario è fuori dal centro abitato vero e proprio; la novità, invece, è che fosse così lontana dal paese, com'è attestato da Il Regno delle Due Sicilie .
Anche gli Anzesi dovevano, quindi, fare, come ancora oggi fanno, il loro pellegrinaggio presso il santuario del proprio Patrono.
L'attuale santuario è stato costruito nel 1771, come ricorda l'iscrizione posta sul suo portone , dalla pietà de' devoti , da un terreno donato da Nicola Pomarici, com'è testimoniato dalla lapide che si trovava di fianco all'altare della Trinità, come è attestato nella relativa scheda della Soprintendenza per i Beni Storico-Artistici di Matera.
Per quanto riguarda Ripacandida , la prima notizia riguardante la chiesa di S. Donato è quella registrata nella bolla di Eugenio III, indirizzata al vescovo della diocesi di Rapolla, Ruggiero, nel 1152, con la quale il Papa accoglie sotto la diretta protezione pontificia, quella diocesi e, precisandone la circoscrizione, ne enumera le chiese e i possedimenti .
Non disponiamo di alcuna fonte che ci riferisca sulle vicende della Chiesa di S. Donato per il periodo che va dal 1152, anno della bolla di Eugenio III, al primo quarto del secolo XIV.
Nelle Rationes decimarum Italiae della diocesi di Rapolla dell'anno 1325, infatti, è registrata quella dovuta pro ecclesia S. Donati de Ripacandida .
Nel 1325 S. Donato era solo una ecclesia, senza alcun monastero annesso, e detta Chiesa,
quo consuevit esse de mensa dicti domini episcopi rapollensis
poi affidata a un chierico per dominum papam.
Questo mutamento nella amministrazione di S. Donato, registrato nel documento in questione, sarebbe certamente privo di significato se non fosse messo in relazione ad alcune vicende relative a Bernardo de Palma, vescovo di Rapolla in quegli anni, e precisamente dal 1316 al 1342, il quale, pare che abbia fatto un uso poco limitato del suo potere, e che i rapollani abbiano più volte chiesto l'intervento del Vicario del Regno, Carlo, figlio di Roberto, contro gli abusi svariati del vescovo ai loro danni.
È chiaro, pertanto, il motivo per cui la chiesa di S. Donato è posta amministrativamente sotto la giurisdizione pontificia: probabilmente era divenuta già un importante santuario, certo una fonte cospicua di guadagni e quindi occasione di intrallazzi amministrativi e, gli abitanti di Ripacandida o, quelli che comunque erano legati alle vicende della chiesa, avevano ottenuto un gran privilegio qual era quello di essersi svincolati dalla giurisdizione vescovile, per quanto riguardava S. Donato, e di dipendere direttamente dal Papa.
Cambiamento, questo, avvenuto, quindi, negli anni tra il 1321 e il 1325, l'anno stesso a cui si riferisce la decima, successivamente, fino ai primi del secolo XVII, nulla si conosce di documentato sulle vicende relative a S. Donato, e di Ripacandida non se ne sa più niente.
Nel 1602, a Terlizzi, si tenne un Capitolo provinciale dei Minori Osservanti della provincia di S. Nicola, presieduta da Padre Ludovico da Campagna, che decise di istituire una comunità degli stessi Minori a Ripacandida , dove pare che nel 1605 giunsero i Francescani che diedero inizio alla costruzione del convento accanto alla chiesa.
A parte il periodo successivo all'apertura del Convento, periodo che pare sia stato pieno di operosità, ed in cui vanno inserite le costruzioni degli altari ancora esistenti sul posto e, probabilmente, anche del Campanile, nei secoli successivi, quella di S. Donato dovette essere certamente una comunità molto povera a giudicare dai pochi arredi sacri e dalle suppellettili, inventariati nel 1808 dal Delegato dell'Intendenza di Basilicata Decio Lioj; a quell'epoca il convento non ospitava che cinque frati .
Con il Regio Decreto per la Soppressione delle Congregazioni Religiose del 1866, vennero cacciati anche i Minori di S. Donato: dodici i frati che ne costituivano la comunità.
In seguito al citato decreto, i conventi, eccetto le chiese, vennero a far parte del Demanio dello Stato, oppure concessi ai Comuni che ne avessero fatta espressa richiesta.
L'evacuazione dal convento di S. Donato dovette certamente avvenire entro il 31 dicembre del 1866, termine improrogabile per l'esecuzione del Decreto di Soppressione.
I.11 Le giornate di San Donato, oggi
E il tempio rigurgita di gente:
dinanzi il sagrato, sui gradini, presso la porta,
ciechi, storpi, sciancati, epilettici,
in tutta la degradazione delle lor membra sofferenti,
muovon grida che a tratti sembrano sediziose
La scena, descritta sul finire del XIX secolo, si riferisce alla festa di S. Donato a Biccari, in provincia di Foggia, ma potrebbe essere stata colta in qualsiasi altra chiesa dedicata al santo nel meridione della penisola.
Ancora per molti decenni, e quasi ovunque, la data del 7 agosto vedrà il rappresentarsi di questa tragica sagra delle classi rurali subalterne.
Il giorno della festa era l'occasione di incontro tra genti di paesi lontani e tuttavia legate da una comune disperazione esistenziale.
La loro impotenza, di fronte alla sopraffazione, alla miseria, alla stessa malattia, sembrava trovare, in quei riti, a metà strada tra il religioso e il profano, la possibilità di una denuncia corale dei tanti mali, proprio attraverso quelle grida che, all'osservatore ottocentesco, erano parse quasi sediziose.
Come ogni festa di un certo rilievo, quella di S. Donato, ad Anzi, era preceduta dalla fiera, occasione di incontro e di scambio quasi unico in una società quasi esclusivamente agricolo-pastorale, chiusa all'interno del proprio territorio.
La mattina del 5 agosto, intorno alle ore 10.00, più anticamente nel pomeriggio, trasèjj a fèr?, iniziava la fiera degli animali, che si protraeva fino a tutta la prima metà del giorno 6 .
Durante la prima giornata si visionavano gli animali, si facevano le contrattazioni, spesso definite con l'aiuto di intermediari, i nzanzèn?, ed il giorno seguente avvenivano le consegne. A questo punto, gli acquirenti, specie quelli che avevano comprato un rilevante numero di animali, ingaggiavano i mazzir? per guidare le mandrie verso le proprie tenute.
Terminata la fiera, durante il pomeriggio e la sera del 6, come pure in Ripacandida, cominciava l'afflusso dei pellegrini, che, in compagnie, a piedi, e nell'ultimo tratto spesso scalzi, con i più anziani o malati a dorso d'asino o di mulo, spesso le donne portavano i cinti in testa ed i bambini erano vestiti da S. Donato, intonando il capitolo e u chiand? San Donat?, alternati alle orazioni, raggiungevano il santuario e vi compivano tre giri intorno prima di entrare.
Ad Anzi, una celebrazione dei vesperi (quasi sicuramente l'attuale novena) precedeva il giorno 7 Agosto, quando la statua e la reliquia del Santo, in solenne processione, erano portate nella Cappella di c.da Ischio, in cui veniva recitata la messa cantata e poi nello stesso giorno, la statua veniva ricondotta nella Chiesa Madre.
Nella domenica infra ottava si svolgeva, poi, la solenne processione per le vie del paese.
San Donato di Ripacandida, invece, usciva in processione il 30 aprile, quando, insieme a vari altri santi veniva condotto dalla sua cappella alla Chiesa Madre, da dove ogni anno esce per la processione di Agosto. A dimostrazione della internazionalità del culto di San Donato, o meglio del fatto che il culto non fosse una esclusiva dei soli paesani, c'è che, fino a qualche decennio addietro, esisteva la netta distinzione tra la festività del 7 Agosto, riservata ai fr?stìr?, e quella dell'8, du pajìs?, anticamente la domenica infra ottava.
Anche nella liturgia vera e propria dell'accompagnamento del Santo al Santuario, infatti, c'erano dei limiti sulla competenza del trasporto. Secondo alcune testimonianze c'erano dei paesi le cui compagnie avevano il diritto, u jùss?, di trasportare la statua durante il tragitto dalla Chiesa Madre al Santuario e, ad Anzi, fin dietro al convento nel giorno 7.
Tra le varie compagnie dei pellegrini, c'era, poi, una ulteriore suddivisione del percorso in base al paese di provenienza indicata da postazioni fisse su cui lasciare la statua perché venisse presa dalla compagnia o gruppo di compaesani successivo.
Tale pratica, certamente non era codificata o enunciata in alcun documento, se non quello dettato dalla consuetudine, il cui rispetto era sollecitato e preteso anche con l'uso delle mani e di qualche paròcc?la .
Secondo un'antica tradizione orale, riportata anche da alcuni informatori, le festività di San Donato ad Anzi avevano inizialmente la durata di otto giorni, quattro di fiera e quattro di celebrazioni liturgiche. La successiva riduzione ai soli quattro giorni sarebbe dovuta alla vendita fatta agli abitanti di Ripacandida.
La conseguente suddivisione del culto sarebbe testimoniata anche dalla statua del Santo che è a mezzo busto e non intera.
Altra leggenda è quella secondo cui gli Anzesi avrebbero comprato la statua di S. Donato dai Laurenzanesi in cambio di un prosciutto. Naturalmente, in base all'appartenenza all'uno o all'altro paese, si racconta questo espediente, magnificando la furbizia e la scaltrezza dei propri paesani e denigrando la stupidità degli altri.
Le celebrazioni delle festività di San Donato, dunque, sono precedute da una novena, (Anzi) celebrata all'alba presso il Santuario e al vespro, nella Chiesa Madre, anche se il documento AdA 1852 fa menzione solo di quest'ultima.
Pur se il concorso dei fedeli è ormai abbastanza esiguo e limitato quasi esclusivamente alle donne, questa pratica è ancora viva ed anche le ragazze e le giovani donne, vi partecipano in gran numero.
Di rilievo, inoltre, è il fatto che questa novena, in base a quanto riferito da alcuni informatori, è sopravvissuta anche quando, decenni addietro, lo stesso sacerdote non vi prendeva parte .
In entrambi i paesi, rinnovata e imponente è, infine, la partecipazione alla suggestiva processione della sera del 6 Agosto.
Fino ai primi anni '70 questa si svolgeva la mattina del 7 ed era riservata quasi esclusivamente, almeno per il trasporto della statua, ai fr?stìr? che, quasi all'alba, dopo essersi raggruppati nella Chiesa Madre, prendevano la statua di san Donato e la accompagnavano in processione al Santuario, alternandosi nel trasporto della statua e del baldacchino .
La mattina del 7 si praticava il rituale della benedictio ponderis , che ad Anzi, a differenza di Ripacandida dov'è ancora praticata, alcune testimonianze, anche se in modo indiretto, confermano. Effettivamente, non si ricorda l'esistenza di una bilancia adibita allo scopo, ma si ricorda di persone che hanno donato grano o cera in base al peso del malato per cui chiedere la grazia.
Una testimonianza si riferisce ad una devota di Abriola che, verso la fine degli anni '60, fece pesare la figlia malata e diede in dono il corrispettivo peso in cera.
Arrivata nei pressi del Santuario, la processione, annunciata da un colpo di fuoco artificiale, compiva un giro intorno alla Cappella e poi vi entrava per la celebrazione della Santa Messa; al suo termine, la processione usciva, ripeteva il giro intorno alla Cappella e, dopo il colpo di fuoco d'artificio, ripartiva alla volta del paese.
Arrivata al convento, davanti all'attuale mulino (Anzi), la statua veniva rivolta verso il Santuario per saluto, veniva sparato il colpo di fuoco d'artificio che annunciava l'entrata del santo nel paese e la presa in consegna dai paisèn?, che, successivamente, lo riconducevano al suo posto, nella Chiesa Madre; aveva così inizio la festa du pais?.
Attualmente, è invece solo il giorno 7, dopo la Santa Messa celebrata nella Chiesa Madre, che inizia la processione per le vie del paese con la statua del santo ed il suo tesoro, catenine, bracciali, anelli, orecchini: gli oggetti preziosi offerti come ex voto.
Non rari sono gli ex voto offerti per la guarigione anche da altre malattie; ne è un esempio ad Anzi, un quadro che rappresenta l'intervento di San Donato, mentre un dottore opera sul paziente graziato .
A Ripacandida, da circa tre anni, è stata bandita l'usanza di appendere i soldi alla statua del santo, poiché le femmin? s'azz?ccav?n? a ff?rrà cu lu preut? , Don Peppe prima, e Don Ferdinando attualmente, per l'appropriazione del denaro.
A proposito di offerte e di relativo denaro raccolto, sicuramente perché la festa di San Donato è la più grande e, quindi, la più dispendiosa, spesso si dice che i sòl?t? d? Sand Antoni? fann a fest? Sand? D?nòt?.
I soldi offerti dai devoti e raccolti dal Comitato Feste venivano, anzi vengono, principalmente utilizzati per organizzare i momenti ricreativi di questa festa, pagare le illuminazioni per le vie del paese, la banda musicale, i vari concerti ed infine, come per ogni festa di una certa importanza, i fuochi d'artificio, per una degna chiusura: sparèt u fùch?, f?rnut a fèst?, recita un detto popolare.
La grande devozione al proprio Patrono è testimoniata, forse nella maniera più sentita e personalmente coinvolgente, dal fatto che, fino a qualche decennio addietro, in grande percentuale erano le persone che venivano battezzate con il Suo nome, con tutte le varianti maschili e femminili, diminutive e vezzeggiative: D?nòt?, Donàt?, (Du)Natùzz?, (Du)N?tìn?, Donata, (Do)Natùcci?.
Per questo motivo era quasi del tutto scomparso, anche, u puntèdd?, colui o colei che portava il nome di uno dei nonni e che, lo dice l'origine stessa del nome, doveva essere il suo bastone, puntello, della vecchiaia e tramandarne il ricordo e la genealogia.
Man mano però, come anche per le pratiche religiose, tutto viene perso e proiettato verso altri modelli, sopperendo con una generica partecipazione ed una sbrigativa offerta in denaro, che ha ormai sostituito completamente quella tradizionale.
Attualmente le feste di San Donato, pur molto frequentate, hanno perso la drammaticità e la spontaneità di un tempo e le tradizioni ad esso legate appaiono quasi ovunque, se non in declino, molto frammentate e rinnovate; la società contadino-pastorale ha perso i suoi caratteri specifici per mutuare modelli di vita ed atteggiamenti dalla società cittadina.
Ora, oltretutto, non si forma più, coma una volta, la compagnia diretta al Santuario; i devoti si muovono a piedi, soli o a piccoli gruppi, giungendo ad Anzi o a Ripacandida all'alba del giorno 6; passano la notte al Santuario e fanno ritorno per il 7 a sera in paese; chi resta a godersi la festa, riprende il cammino dopo lo sparo dei fuochi di mezzanotte.
L'arrivo dei pellegrini al Santuario è rimasto, comunque, un momento di grande sconcerto e di commozione insieme: il saluto al santo, le invocazioni, le preghiere, le implorazioni di grazie, lo scioglimento di voti, i ringraziamenti sono accompagnati dai pianti, grida e lamenti, dai colpi di pugni al petto e dallo spettacolo commiserevole dei poveri affetti dal male che, prima, in quel contesto, assumevano, un ruolo tanto significativo che rifletteva tutti i fattori determinanti uno stato di perenne disagio. Durante la festa, da sempre, la sua presenza non poteva, né tantomeno doveva, essere tenuta nascosta.
Il male di San Donato ora, è divenuto un male da occultare, quasi infamante; il malato, prima in qualche modo integrato nella comunità, almeno per un aiuto materiale (la raccolta del grano era fatta tra parenti, amici e conoscenti), accompagnato (compagnia) e mostrato nel santuario nei rituali di penitenza, adesso è isolato e, al massimo, portato in grandi santuari dedicati a Madonne o altri santi di culto generico, per evitare che il male sia facilmente individuato.
Il più delle volte ci si vergogna proprio di mostrare di credere in questi riti legati ad un passato da esorcizzare anche se, non di rado, quasi come disperato ed ultimo rimedio, il ricorso a San Donato avviene ma, di nascosto, in maniera riservata, in giorni lontani da quello della festa, senza, tuttavia, rinunciare ad impetrare l'intervento guaritore del santo, attraverso alcuni atti penitenziali tradizionali.
Il tragico collettivo tende a trasformarsi in tragico privato: le diverse condizioni socio-economiche, l'acquisizione, non sempre consapevole, di modelli culturali e comportamentali più vicini a quelli borghesi e, in certa misura, l'atteggiamento ecclesiastico di condanna di pratiche ora non ritenute degne di persone civili, hanno sicuramente contribuito a questo progressivo mutamento.
La condizione dell'epilettico si presenta, forse oggi più che mai, estremamente drammatica. Egli è lentamente abbandonato dalla chiesa che concede sempre minor spazio a quelle pratiche, estenuanti sì, ma pur cariche di rassicurazione, che un tempo invece sosteneva perché economicamente redditizie.
S. Donato sta cedendo il posto a culti generici, mentre le chiese povere vanno trasformandosi in filiali di maestosi santuari, nei quali ogni atto di devozione tradizionale è formalmente interdetto. L'infermo, allora, comincia ad accedere alle strutture socio-sanitarie, dopo molte resistenze e non senza diffidenza. Lo scenario è mutato. Il santuario è ora l'ambulatorio. Le pareti imbiancate non ricordano quelle ammuffite e screpolate della chiesa; l'aria che si respira è satura di disinfettanti e di medicinali, non di incenso, di cera e di sudore e, ad accogliere il malato non è il duro e rozzo piatto della bilancia ma un lettino in finta pelle. Di fronte a lui, non più una tonaca nera ma un camice immacolato.
E' l'inizio di un nuovo male e di un nuovo pellegrinaggio.
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