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storia della pizzica
IL BALLO DI SAN VITO
Origini
Non erano ancora dissipati gli affanni che derivarono dalla Morte Nera ed i tumuli di tanti milioni appena avvallati; allorché in Germania una strana mania investì gli animi , ed in onta alla natura divina dell'uomo strascinò corpo ed anima nel magico potere di una infernale superstizione.
Una convulsione, uno spasimo investiva stranamente il corpo, e per ben oltre due secoli eccitò lo stupore dei contemporanei; e dopo quella epoca non si fece più vedere.
Venne dessa appellata il Ballo di San Giovanni, ovvero di San Vito, e ciò per i salti che gli ammalati, a guisa di baccanti, uniti in orde selvagge, schiamazzando e con la schiuma alla bocca, offrivano l'aspetto di ossessi.
Non rimase dessa limitata ad alcuni luoghi, ma favorita dal modo di pensare allora predominante, si diffuse in tutta la Germania e nelle con terminanti regioni del nord-ovest, quasi diabolica malattia popolare. (.) si diffuse in pochi mesi da Aquisgrana dov'era comparsa in luglio nei vicini Paesi Bassi. In Luttich (Liegi), Utrecht, Tongern, ed in parecchie altre città del Belgio comparvero i ballerini di San Giovanni con ghirlande in testa, e col ventre stretto da panni, onde trovar pronto sollievo
Il morbus sacer, dell'antichità classica, si è trasformato, con l'avvento del Cristianesimo e con l'attribuzione ai santi di precise facoltà taumaturgiche, in mal de Saint Jean, mal de Saint Gilles o St. Valentins-Sucht , come ho illustrato nel capitolo precedente, a seconda della diffusione geografica del loro culto.
Nelle nostre regioni meridionali l'epilessia, oltre ad essere identificata con il male di San Donato, prende generalmente il nome di ballo di San Vito, riferendosi allo strano movimento che tale malattia comporta.
Prima di entrare a far parte dei dizionari scientifici e medici, il termine Ballo di San Vito era popolare, ed ha avuto una serie di vicissitudini, complicate secondo le epoche ed i paesi, per indicare delle malattie che avevano come carattere essenziale dei problemi motori che davano una forma di danza, malattia probabilmente polimorfa ed in ogni caso mal conosciuta.
L'origine di questo termine si lega ad una serie di manifestazioni epidemiche alla fine del Medioevo ed il suo uso è stato regolamentato solo nel Settecento e nel primo Ottocento, con un sistema di classificazione che non permetteva tuttavia di precisare con chiarezza i caratteri e le cause di questo tipo di manifestazione patologica.
Il Ballo di San Vito, dal Medioevo in poi, si diffuse come un'epidemia, con fiammate virulente che colpivano intere popolazioni e stordivano la capacità di spiegazione di medici e filosofi.
Tutti i racconti storici dell'epoca sono d'accordo nel dire che, nel luglio dell'anno 1374, in diverse città tedesche, sulle rive della Mosa e del Reno, comparvero un gran numero di maniaci danzanti.
Nessuno sapeva da dove venissero tali danzatori, i quali avevano delle contorsioni di ogni tipo, dandosi ad un ballo frenetico davanti alle chiese ed ai monumenti pubblici. Qualcuno tra loro lanciava delle esclamazioni mal articolate che molti credevano fossero i nomi di spiriti infernali. La vista di alcuni colori come il rosso e di oggetti particolari come gli zoccoli, li spingeva al delirio e alla furia.
Dopo un lungo periodo di eccitazione, essi cadevano al suolo col ventre gonfio e le membra abbandonate.
Pochi mesi dopo, diversi casi furono descritti anche a Liegi e ad Aix-LaChapelle e la mania danzante esplose a Colonia e contemporaneamente a Metz, le cui strade furono invase da più di mille danzanti. La ricca città venne rovinata da questa invasione. Tutti gli abitanti abbandonarono le loro case e cominciarono a girovagare anch'essi come vagabondi.
Molti mendicanti compresero subito come imitare le convulsioni, andando da un posto all'altro, cercando la pietà dei cittadini, e utilizzando questo presunto stato di alterazione per giustificare furti e violenze. Si trattava in genere di individui giovani, dei due sessi, appartenenti alle classi povere, che si riunivano in gruppo e si spostavano in varie città.
Dopo questi primi precedenti, che avevano colpito l'immaginazione, vennero segnalati anche altri casi di simulazione: si videro mendicanti danzatori, accompagnati da ogni tipo di ribaldi e l'epidemia venne considerata un pretesto per l'eccitazione e l'eccesso.
A questo punto, intervennero duramente le autorità, con misure repressive e, a partire dal 1380, non si parlò più di epidemie del Ballo di San Vito. Tuttavia, più di trent'anni dopo, questa manifestazione comparve di nuovo.
Nell'estate del 1418 fu il turno di Strasburgo ad avere la visita di una pestilenza danzante e secondo la testimonianza degli storici fu proprio a Strasburgo che questa malattia assunse il nome di Ballo di San Vito.
Successivamente la mania danzante si estese nell'Alta Alsazia, in Baviera e fino in Boemia, ma essa sembrò comunque aver cambiato i suoi caratteri peculiari e diminuito di intensità, dopo la prima esplosione. Si potevano certamente vedere ancora i movimenti disordinati, le visioni estatiche o terrificanti, ma gli accessi di furore che avevano reso più di una volta folli i primi danzatori, non sembravano riprodursi.
Non essendo un caso che certi fenomeni abbiano sempre una particolare fioritura in tempi storici particolari, di crisi, quando maggiore è l'insoddisfazione per il modello di vita e di pensiero tradizionali, quando più ansiosi si fanno gli interrogativi esistenziali a cui le istituzioni ufficiali non vogliono e non possono rispondere,
alcuni storici hanno cercato di collegare la grande Corea epidemica alle circostanze sociali e politiche del momento in cui essa era comparsa: la peste nera colpì selvaggiamente l'Europa nel 1348 e in questo periodo si assistette allo spettacolo di lunghe processioni di flagellanti, che furono, probabilmente in parte, agenti incoscienti della diffusione del contagio. Inoltre, alcune inondazioni provocate dal Reno e dei suoi affluenti causarono dei disastri e per diversi anni di seguito, la situazione politica era molto confusa e la miseria e il terrore regnavano dappertutto.
Il grande storico ottocentesco Justus Friedrich Karl Hecker affermò che i primi maniaci erano semplicemente colpiti da una follia religiosa.
All'epoca era festeggiata un po' ovunque, tutti gli anni la festa di San Giovanni Battista, con delle danze intorno ad un fuoco di gioia: si sperava, in questo modo, di preservarsi dalle malattie durante tutto l'anno.
Secondo Hecker, da questa credenza alla mania non c'era che un passo, superato rapidamente dalle immaginazioni sovraeccitate dalle difficili condizioni naturali e politiche. L'epidemia del 1374 sarebbe dunque nata attorno alle braci della festa di San Giovanni e,
sempre secondo lo storico tedesco, qualche caso isolato di danzatore isterico ed epilettico creò il nucleo della formazione di un gruppo moltiplicatosi per imitazione o per contagio spirituale.
L'influenza dell'imitazione fu anche spesso citata per spiegare la diffusione epidemica della mania danzante.
Altri autori, ciò nonostante, negarono la validità di una tale spiegazione e soprattutto il legame causale con la peste nera.
In effetti, le cronache narrano di bande di coreomani anche prima del XIV secolo. Esse riportano, infatti, che intorno al 1020, diciotto contadini in un paese della Germania si dettero a contorsioni durante la Santa Messa e nel 1237 un centinaio di bambini percorsero un lungo spazio, sulla strada da Ehrfuhrt a Armstadt, minacciando e facendo movimenti convulsi, delle smorfie e movimenti disarticolati sia delle braccia che delle gambe.
Kurt Sachs, nel quadro della sua classica discussione sulla storia della danza, considerò il Ballo di San Vito un'espansione medievale della danza estatica e religiosa, un ballo tondo, circolare, la ronda che toglieva ai partecipanti ogni volontà propria, trascinandoli in una danza senza controllo, macabra.
Le danze convulse sarebbero una esasperazione di questo tipo di danze, che presero forma epidemica come una sorta di maledizione, che solo la grazia di un Santo Protettore poteva allontanare.
Nel 1374 si fece, in effetti, ricorso ad esorcismi, alle aspersioni di acqua benedetta senza gran risultato ma l'epidemia decrebbe gradualmente e spontaneamente.
Le bande subirono una lenta disgregazione man mano che tutti quelli che le componevano ritrovavano la ragione e rientravano al loro paese.
Soltanto nel 1448, l'aspetto religioso si formalizzò, con la richiesta dell' intervento di un Santo in quell'epoca molto popolare, chiamato Guy in Francia, Veit in Germania, Vitu nei paesi Cechi.
San Vito
San Vito, secondo la tradizione, era un giovane siciliano che fu martirizzato sotto Diocleziano nell'anno 303 ed era morto chiedendo a Dio di rendere solenne il giorno della sua morte e proteggere tutti coloro che avrebbero festeggiato in tale giorno.
Qualcuno aveva suggerito che questo nome era stato in realtà ripreso dalla mitologia slava, nella quale il dio Vid occupava un posto importante nell' evidenziare una probabile continuità fra queste manifestazioni e le tradizioni pagane della regione.
San Vito è stato ed è ancora oggi tra i santi più venerati in Europa, ma mentre oggi si incontrano circa 150 località che pretendono di conservare reliquie del santo, nel Medioevo erano più di 1300 i luoghi in cui si ritrovava come patrono di chiese, cappelle ed altari.
Venerato in età medievale, dunque, fino all'epoca barocca, il suo culto, attestato dalla fine del V secolo, si diffuse subito dopo la sua morte. A Roma gli fu dedicata una Chiesa già nel IV secolo, oggi dedicata ai SS. Vito e Modesto .
Benché per secoli il culto di San Vito abbia alimentato la fede popolare, genuina ed ingenua, nelle regioni del Sud e del Nord dell'Europa, la tradizione agiografica su di lui è ancora oggi in larga misura da studiare, infatti, i numerosi codici di epoca medievale sparsi per l'Europa che riportano testi relativi alla vita ed alla passione del santo martire e la copiosità del materiale agiografico, pur dimostrando il grande rilievo del culto nel Medioevo nell'intera Europa cristiana, non sono stati in minima parte presi in esame.
Non si conosce la sua origine, anche se una passio leggendaria del VII secolo, di nessun valore storico, lo fa nascere in Sicilia da padre pagano e lo racconta in carcere a sette anni perché cristiano.
L'unica notizia attendibile su di lui, ritrovata sul Martirologio Gerominiano, pare essere quella in cui si narra di Vito in Lucania.
Nato secondo la tradizione a Mazara del Vallo presso una ricca famiglia, rimasto orfano della madre fu affidato ad una nutrice Crescenzia e poi al pedagogo Modesto. Questi, essendo cristiani, lo convertirono alla loro fede.
Aveva sette anni quando iniziò a fare prodigi e quando nel 303 scoppiò in tutto l'impero romano la persecuzione di Diocleziano contro i Cristiani e Vito era già molto noto nella zona di Mazara.
Il padre pagano, non riuscendo a farlo abiurare, lo denunziò al preside Valeriano che ordinò di arrestarlo.
Che un padre convinto pagano facesse arrestare suo figlio divenuto cristiano, consapevole delle torture e della morte a cui sarebbe andato incontro, è avvenimento ricorrente e comune nei Martirologi dell'età delle persecuzioni, che come si sa, sotto vari titoli, furono scritti secoli dopo con l'enfasi della leggenda eroica.
Il preside Valeriano con minacce e lusinghe, tentò di far rinnegare a Vito la sua fede, con l'aiuto degli accorati appelli del padre, ma non vi riuscì poiché il ragazzo aveva come forte sostegno, l'esempio di coraggio e fedeltà a Cristo della nutrice Crescenzia e del suo maestro Modesto, anch'essi arrestati.
L'inutilità dell'arresto portò il preside a rimandarlo a casa, ma il padre, invano, tentò di farlo sedurre da alcune donne compiacenti. Vito fu incorruttibile e quando Valeriano stava per farlo riarrestare, un angelo apparve a Modesto, ordinandogli di partire con una barca portando con sé il ragazzo e la nutrice.
Durante il tragitto per mare un'aquila portò loro acqua e cibo fino a quando furono alla foce del Sele, sulle coste del Cilento dove sbarcarono per inoltrarsi, poi, in Lucania .
Vito continuò ad operare miracoli tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo testimoniando, insieme ai due suoi accompagnatori, la sua fede con la parola ed i prodigi finché un giorno inaspettatamente venne rintracciato dai soldati di Diocleziano che lo volle a Roma.
L'imperatore, avendo saputo della fama di guaritore di Vito, l'aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo, ammalato di epilessia, malattia all'epoca molto impressionante, tale da considerare l'ammalato un indemoniato.
Vito guarì il ragazzo ma, come ricompensa, Diocleziano ordinò di torturarlo perché si rifiutò di sacrificare agli dei .
Qui si inserisce la parte leggendaria della passio che non differisce di molto, nella sostanza, da quelle di altri martiri del tempo.
Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; fu gettato fra i leoni che alla sua vista diventarono mansueti improvvisamente e gli leccarono i piedi. I torturatori non si arresero ed appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto e, mentre le loro ossa venivano straziate, la terra cominciò a tremare e gli idoli caddero a terra mentre lo stesso Diocleziano fuggì spaventato.
Comparvero degli angeli che liberarono i tre e li trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania , dove essi, ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno dell'anno 303.
Non si è riusciti a definire l'età di Vito alla sua morte, alcuni studiosi riportano che avvenne nel dodicesimo anno di età, altri quindicesimo o diciassettesimo, purtroppo solo il martirio avvenuto in Lucania è l'unica notizia attendibile su San Vito.
Quando e dove sia stata elaborata questa storia non si sa. Certo in essa appaiono molti spunti leggendari, fioriti nei luoghi di culto più antichi intorno al V secolo., diffondendosi poi con varianti più o meno significative in tutta la cristianità.
A colpire fu soprattutto la morte in tenera età, le sue doti taumaturgiche e l'intervento su malattie allora incurabili e inspiegabili che lo portarono ad essere popolarissimo nel Medioevo.
(Fig. 18) Albano di Lucania. San Vito
Il ballo di San Vito
Prima di affrontare il tema delle evidenti analogie e similitudini tra i fenomeni citati in questo lavoro, e riportare la storia e i significati del culto di San Vito, riporto il testo di un brano musicale del cantautore Vinicio Capossela, Il ballo di San Vito, del 1996, che racconta in musica l'identità di questo misterioso male incontrollabile, come egli stesso lo definisce.
Salsicce, fegatini, viscere alla brace, E fiaccole danzanti, lamelle dondolanti Sul dorso della chiesa fiammeggiante, Vino, bancarelle, terra arsa e rossa Terra di sud, terra di sud, terra di confine Terra di dove finisce la terra. E il continente se ne infischia e non il vento, E il continente se ne infischia e non il vento, Mustafà viene di Africa, E qui soffia il vento d'Affrica, E ci dice tenetemi fermo, E ci dice tenetemi fermo Ho il ballo di S.Vito e non mi passa,Ho il ballo di S.Vito e non mi passa.
La desolazione che era nella sera, S'è soffiata via col vento, S'è soffiata via col rhum, S'è soffiata via da dove era ammorsata,
Vecchi e giovani pizzicati, Vecchi e giovani pizzicati, Dalla taranta, dalla taranta, dalla tarantolata, Cerchio che chiude, cerchio che apre, Cerchio che stringe, cerchio che spinge, Cerchio che abbraccia e poi ti scaccia, Ho il ballo di S.Vito e non mi passa, Ho il ballo di S.Vito e non mi passa.
Dentro il cerchio del voodoo mi scaravento, E lì vedo che la vita è quel momento, Scaccia scaccia satanassa, Scaccia il diavolo che ti passa, Scaccia il male che ci ho dentro e non sto fermo, Scaccia il male che ci ho dentro e non sto fermo. A noi due balliam la danza delle spade Fino allo squarcio rosso d'alba Nessuno che mi aspetta, nessuno che mi aspetta, Nessuno che mi aspetta o mi sospetta. Il cerusico ci ha gli occhi ribaltati, Il curato non se ne cura, Il ragioniere non ragiona, Santo Paolo non perdona, Ho il ballo di S.Vito e non mi passa, Ho il ballo di S.Vito e non mi passa. Questo è il male che mi porto da trent'anni addosso, Fermo non so stare in nessun posto, Rotola rotola rotola il masso, Rotola addosso, rotola in basso, E il muschio non ci cresce sopra il sasso, E il muschio non ci cresce sopra il sasso, Scaccia Scaccia satanassa, scaccia il diavolo che ti passa, Le nocche si consumano Incominciano i tremori, Della taranta, della taranta, della tarantolata...
Il culto di San Vito
Fissata in questa forma nella tradizione medievale la storia di San Vito e dei compagni martiri diventò tra il VI ed il VII secolo uno dei racconti agiografici più popolari in Europa.
Al racconto originario della passio del martire si aggiunsero col tempo anche moltissime leggende relative alla translationes delle sue reliquie in varie città e monasteri, e a vari miracoli compiuti dal martire. Leggende, che contribuirono ad accrescere ulteriormente la sua fama che, alla fine del XV secolo, raggiunse l'apice.
Folle di uomini devoti, di diverso ceto, di diversa cultura, di varia estrazione, si recavano in pellegrinaggio presso i più importanti e celebri santuari consacrati al suo culto, per impetrare le grazie divine a colui che era considerato uno dei più potenti intercessori di Dio.
Il culto del santo è molto antico e, come ricorda Agostino Amore, che redasse l'articolo sul Santo, nella Bibliotheca Sanctorum, già alla fine del V secolo gli era stata dedicata una chiesa .
San Vito fu inserito tra quei santi che in oriente furono detti anagirici ed in occidente auxiliatores . Quattordici divinità che, avendo esercitato in vita l'arte medica gratuitamente ed operato miracolose guarigioni, erano ritenuti capaci ad intercedere, più efficacemente, soprattutto in particolari occasioni e per sanare determinate malattie .
San Vito è invocato per scongiurare l'epilessia e la corea, una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo detta pure Ballo di San Vito.
È invocato contro il bisogno estremo di sonno, la catalessi ma anche contro l'insonnia, la letargia, il morso di bestie velenose o idrofobe ed i morsi dei cani rabbiosi come pure per l'ossessione demoniaca.
Protegge i sordi i muti e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza, nei movimenti, agli epilettici.
Per il grande calderone in cui fu immerso è anche patrono dei calderai, ramai e bottai.
Viene spesso rappresentato con un cane (o due) ai piedi, come speciale suo attributo, come in quasi tutti gli affreschi a lui dedicati.
Secondo una versione tedesca della leggenda, nel 756 l'abate Fulrad di Saint-Denis avrebbe fatto trasportare le reliquie del santo nel suo monastero di Parigi e successivamente, nell'836, l'abate Ilduino le avrebbe donate al monastero di Korway nel Weser, il quale divenne un centro importante nel Medioevo per la devozione al giovane martire.
Durante la guerra dei trent'anni (1618-48), le reliquie scomparvero da Korwey e raggiunsero, nella stessa epoca, la Boemia, dove gli fu dedicata una cattedrale nel X secolo.
Le reliquie di San Vito sembra siano sparse in tutta Europa, poiché, circa 150 sono le cittadine che vantano di possedere sue spoglie e frammenti del corpo. Anche a Mazara del Vallo si conserva un braccio, un osso della gamba e altri più piccoli.
Nella città ritenuta suo luogo di nascita San Vito è festeggiato ogni anno con una solenne e tipica processione che si svolge fra la terza e la quarta domenica di agosto e prende il nome di festinu in onore del santo patrono ed in ricordo della traslazione delle suddette reliquie, avvenuta nel 1742 ad opera del vescovo Giuseppe Stella.
Il santuario dov'era ed è venerato, nell'allora Lucania, nel comune di Eboli, è denominato San Vito al Sele, ed era detto Alecterius Locus cioè luogo del gallo bianco.
Anche nella vicina città di Capaccio, nella chiesa di San Pietro, è custodita una reliquia del santo, mentre nella frazione Capaccio scalo è sorta un'altra chiesa, dedicata anch'essa a San Vito.
La diocesi di questi comuni, in cui il culto di San Vito è così forte poiché in questa terra morì con i suoi compagni di martirio, è definita tuttora Vallo della Lucania pur essendo in provincia di Salerno.
Le cappelle di San Vito, ovunque, soprattutto quella nella città di Ulm, nella Germania del Sud, divengono una meta di pellegrinaggio, dove bande di danzatori, colpiti dalla Veitstanz, tutti gli anni si riuniscono e, spinti da un abbandono comune e collettivo, formano circoli mano nella mano danzando giorno e notte in un delirio folle fino a cadere a terra esausti.
Durante questi salti violenti, chiamando ad alta voce gli spiriti, sono presi da visioni ed allucinazioni.
Alcuni di essi raccontano di essersi sentiti immersi in un fiume di sangue che li obbligava a saltare per uscirne mentre altri parlano di attacchi di reumatismo acuto e di forti dolori alle articolazioni. Tutti sembrano avere dei forti dolori ai timpani che cercano di alleviare battendo sull'addome o comprimendo l'orecchio.
Dopo essersi dati a questa danza sfrenata vicino alla cappella, molti guariscono grazie alla intercessione del santo e ritornano a casa sani di spirito e con un passo certo.
Brevi cenni sullo studio del fenomeno
L'attenzione agli oggetti ed ai fenomeni straordinari aumentò in modo notevole all'inizio dell'età moderna, quando con il recupero della cultura classica, con la sua straordinaria ricchezza di miti e racconti meravigliosi, ed i grandi avvenimenti che marcarono la fine del mondo medioevale sconvolgendo l'organizzazione sociale e la cultura diffusa, che ampliarono considerevolmente la base empirica della conoscenza, diffusero il gusto per il meraviglioso, per l'unico, per il particolare, stimolando la ricerca di nuovi mondi e nuove realtà come avvenne, all'inizio del XVII secolo, quando ogni evento potette essere spiegato sulla base delle leggi di natura.
A questa straordinaria trasformazione partecipò da protagonista anche la medicina, come scienza dell'uomo, dei suoi rapporti con la natura da una parte e con il mondo spirituale dall'altra.
In medicina l'osservazione sostituì la tradizione, il viaggiare sostituì lo studio dei testi classici. Si stabilì, in questo modo, una nuova relazione tra cultura medica e cultura popolare, cercando di dare un nuovo impulso all'empirismo, rivalutando le testimonianze e le credenze popolari.
I fenomeni considerati magici o religiosi suscitarono un particolare interesse da parte dei medici empiristi, osservatori legati ad una volontà di spiegazione naturalista, fondata cioè su leggi di natura. L'interpretazione delle tradizioni popolari e dei riti magici sulla cultura di chi li interpreta e li sostiene, informarono sulla cultura e le pratiche sociali che tali tradizioni e riti avevano prodotto.
La magia o la presunta stregoneria, a partire dal XVI secolo furono naturalizzate, divenendo oggetto di scienza naturale e considerati come fenomeni patologici e non stati di possessione, demoniaca o religiosa, il che permise, tra l'altro, di salvare molte streghe dal rogo, sulla base di perizie mediche.
In questo contesto, i medici cominciarono ad interrogarsi sulla natura dei fenomeni che, con un linguaggio moderno si chiamerebbero psicologici o psichici, prestando particolare attenzione alle manifestazione patologiche più sorprendenti ed estreme che, proprio per questo, fecero comprendere meglio i segreti meccanismi della natura, le cause profonde della malattia e della sanità.
Fra questi fenomeni straordinari una particolare importanza assunsero, nella letteratura medica, le malattie che potevano essere curate dalla musica e dalla danza.
In questo ambito un posto centrale occuparono, nelle loro differenze e nelle loro somiglianze, il tarantismo ed il Ballo di San Vito, fenomeni spesso negati o addirittura di cui si rifiutava la loro spiegazione, richiamandosi alla superstizione, alla permanenza di tradizioni rituali o magiche, facendo ricorso a categorie psicologiche, come l'isteria, l'inconscio o la nevrosi collettiva, od a interpretazioni antropologiche e sociologiche, che legavano il fenomeno alla presenza di una cultura di classi subalterne alternativa alla cultura dominante nelle varie epoche.
Molte tradizioni interpretative di questi fenomeni si opposero e si accavallarono per secoli, dalle prime allusioni all'effetto del veleno della tarantola, nel trecentesco già citato Sertum papale de venenis , sino alla più recente letteratura medica ed antropologica dell'età moderna.
L'interpretazione del fenomeno del Ballo di San Vito, sino alla metà del Cinquecento, è semplicemente magica e demoniaca.
Nelle cronache che lo riportano si parla di possessione diabolica, di frenesia, di eccessi dovuti all'esaltazione e, come per il Tarantismo, si comincia a parlarne, nei trattati di medicina, come un quadro patologico preciso, nel sedicesimo secolo.
Il primo libro in cui si parla del Viti Saltus in termini medici, è un trattato di Gregorius Horstius del 1528, pubblicato proprio nella città di Ulm, che contiene una sezione dedicata al De admirandis convulsivis motibus.
L'autore racconta di diverse donne che, tutti gli anni, in primavera, si recavano alla cappella di San Vito, presso la città di Ulm, per danzare giorno e notte e fare altre cose del genere, che egli stesso considerava dei giochi ridicoli.
Horstius scrive che seppure molti di questi malati fossero realmente colpiti dalla corea, immaginando di trovare nella danza un rimedio ai loro mali, la maggior parte degli altri, senza essere realmente malata, faceva il viaggio solo per superstizione.
In questo contesto, il rischio di simulazione, pur essendo presente, non veniva considerato decisivo.
Nell'opera di Arcangeli , il quale cita uno dei sermoni de sanctis di Jhoannes Herolt che discute proprio del presunto potere di San Vito nel guarire la mania danzante, si narra di una donna che amava danzare e, per soddisfare questo suo piacere, affermava di soffrire proprio del Ballo di San Vito e di essere, perciò, costretta a danzare continuamente. Il marito, infastidito dalla situazione, anziché ricorrere a San Vito ricorse al bastone e la moglie guarì istantaneamente.
Camporesi, d'altra parte, citò anche per il tarantismo lo Speculum cerretanorum di Teseo Pini, un trattato della fine del quattrocento in cui si raccontava di ciarlatani, ottimi simulatori dei sintomi del tarantismo con finalità relative all'elemosina .
Anche se molti medici e filosofi affermarono ed affermano l'esistenza di presunti casi di simulazione di questo tipo, questi, non furono determinanti ed in ogni caso mostrarono la realtà della malattia, almeno nelle sue manifestazioni precedenti.
Perché fingere una malattia o uno stato di possessione per suscitare la pietà se non si è sicuri che gli altri riconosceranno questo stato, lo deploreranno e saranno quindi mossi a compassione?
Gli aspetti sociali, rituali o simbolici, prendono più importanza dell'evento patologico. Certamente lo condizionano e lo amplificano, il che non toglie che tuttavia alla base del fenomeno vi possa essere una realtà biologicamente oggettiva . Per questa ragione l'accusa di truffa o di ciarlatanismo, così spesso ripetuta, non viene presa in considerazione dai medici quando si tratta di affermare o negare l'esistenza del fenomeno.
Nel Cinquecento Paracelso, che combattè con energia il misticismo a lui contemporaneo, nel trattato De Morbis Amentium , divise questa malattia in tre varietà: la Corea immaginativa, effetto della immaginazione che spinge alla malattia nella quale compare la simulazione anche involontaria; la Corea lasciva (Corea meretricium) che considera una forma isterica causata nelle donne da leggerezza d'animo; e infine, la Corea naturale che ha cause propriamente naturali e corrisponde a diverse nevrosi conosciute, come un eccesso di riso che obbliga la persona a danzare indipendentemente dalla sua volontà.
Secondo Paracelso, il Ballo di San Vito non era causato dai Santi, come per il Male di San Donato ma, casomai, era la credenza superstiziosa nel loro potere ad avere effetti psicopatologici.
All'interno della sua opera quindi, il disturbo era affrontato, nel contesto della trattazione delle malattie mentali, con la volontà di lasciare spazio agli effetti dell'immaginazione sul fisico ed anche sul comportamento cosciente ed interessato.
Considerando le epidemie coreiche, dunque, come malattie mentali, coloro che ne soffrirono, e che ne soffrono, versano in uno stato naturale anche se il più delle volte eccitato all'estremo.
Una nuova definizione dell'entità patologica
Nell'antica Grecia era definita una danza corale ciò che oggi è una infermità contraddistinta dalla brusca insorgenza di movimenti rapidi, brevi e vari che generalmente si accompagnano ad una intensa debolezza muscolare e a disturbi mentali la corea.
A metà del XVII secolo, la medicina sviluppò una nuova attenzione alla precisa definizione clinica e nosologica delle malattie ed in questo contesto, anche la corea di San Vito acquisì un nuovo statuto superando la semplice descrizione di casi e di epidemie.
Sydenham è il primo che descrisse con cura questo quadro patologico, dando ad esso il nome di Corea Sancti Viti, termine già in uso e presente con Daniel Sennert, distinguendo una corea secondaria con movimenti convulsivi, conseguenza di altre patologie, come ad esempio una intossicazione o un'infezione, dalla corea essenziale, una malattia che è specifica, non essendo né sintomo né effetto di nessun altra malattia.
Se in precedenza il termine fu applicato indistintamente a tutte le affezioni nelle quali si manifestavano dei movimenti volontari o disordinati, alcuni dei quali richiamavano i gesti dei danzatori, Sydenham riservò il termine ad una nevrosi che compare d'abitudine verso l'epoca della pubertà e la cui causa sembrò essere proprio la costituzione debole, tipica dell'infanzie e della giovinezza, arenderla particolarmente sensibile ad alcune cause occasionali quali la collera, la paura, la malinconia ed una tristezza profonda.
La malattia poteva essere, inoltre, conseguenza di una infiammazione in alcune parti del corpo, in particolare gli organi genitali.
Sydenham considerò la Corea essenziale la conseguenza del difficile passaggio della pubertà e dei disordini delle vie digestive che spesso si accompagnano ad esso.
La Corea dunque, con i suoi movimenti disordinati, incoerenti ed involontari, venne definita una nevrosi costituita essenzialmente dai turbamenti psichici, sensitivi e motori.
L'esattezza clinica di Sydenham convinse gli altri medici che rileggendo a ritroso, sulla base della nuova definizione, i racconti di Paracelso, Horstius, Platter e Sennert sulle epidemie della danza di San Vito tra il 1374 e 1414 arrivarono alla conclusione che non si trattava della stessa malattia.
In sostanza il termine aveva in realtà cambiato di senso dopo diversi secoli di utilizzazione, ma sino all'inizio dell'Ottocento la situazione restò alquanto confusa.
All'inizio dell'Ottocento, questa patologia venne inserita nella categoria nosografia della psicosi, come una debolezza o blocco di una delle gambe, che si presenta più spesso nell'infanzia fino alla pubertà, con una leggera idiozie e presenza di movimenti disordinati e convulsivi che colpiscono solo le membra di una parte del corpo.
Il ragno è innocente nel tarantismo come l'alimentazione non riguarda la corea sancti Viti. Sono fenomeni puramente psicologici, a livello individuale e collettivo.
La situazione fu ulteriormente complicata dalle epidemie di ergotismo convulsivo che si svilupparono in diversi paesi del nord e del centro Europa a causa del consumo alimentare di segale avariata.
Fino a quel momento i medici attribuirono indistintamente il nome di Ballo di San Vito ed ergotismo a tutte le malattie danzanti, confondendo le convulsioni prodotte dalla segale ergotica con il vero Ballo di San Vito . Anche altre patologie alimentari avrebbero potuto provocare movimenti disordinati per cui complicare ulteriormente il quadro clinico.
T'ha mmuzzcat? la tarantola, tien? u Mal? d? Sand? Dunat? o tien? a Sand? Vit??
Le analogie tra i fenomeni illustrati (Tarantismo, Male di San Donato e Ballo di San Vito) sono davvero numerose ed indicano un diffuso bisogno di enfatizzare e nel contempo di esorcizzare nemici naturali, emblemi del male e sono un chiaro segno di disperata ricerca di protezione ed integrazione sociale dei sofferenti di malattie mentali e psichiche.
Nei diversi trattati di medicina il Ballo di San Vito ed il tarantismo, pur nella diversità delle loro manifestazioni, vengono discussi quasi sempre insieme, come esempi dello stesso fenomeno e della stessa causalità forse perché la comparsa del Ballo di San Vito nell'Europa del Nord fu praticamente contemporanea alle prime tracce in Italia del Tarantismo per cui avvenne l'abbinamento tra i due fenomeni.
In entrambi i casi si tratta di una malattia che altera l'equilibrio del corpo, provocando moti convulsivi e violenti, forme di paralisi, alterazioni dello stato psichico, con un alto rischio di mortalità se non vengono prese contromisure adeguate.
Insieme col Male di San Donato, si tratta di patologie che colpiscono al tempo stesso gli umori e gli spiriti, il corpo e la mente, facendo regredire l'uomo e la donna allo stato di un animale selvaggio. In tutti e tre i casi, la malattia viene vista come simbolo del disordine naturale e sociale, la cui cura è affidata ad una pratica teorica e sociale basata sull'ordine nell'organizzazione del rito e sull'armonia.
Anche alcuni aspetti delle manifestazioni sono simili: il Ballo di San Vito viene descritto come una sorta di zoppicamento o di trascinamento di una gamba, più spesso la sinistra, con movimenti disordinati del braccio e della mano della stessa parte, che non possono restare a lungo nella stessa posizione. Questi movimenti all'inizio sono lenti ma acquisiscono in seguito una grande mobilità che si accentua man mano e resta costante.
Come per il Male di San Donato, a questo punto, il viso è colpito da movimenti convulsivi che producono una serie di smorfie e contorsioni, e come anche per il morso della tarantola sopraggiungono spossatezza, difficoltà di respiro, tono muscolare basso e tremito.
Analogo unicamente al tarantismo è l'effetto della danza: i malati a poco a poco cominciano a muovere le mani i piedi poi si alzano in piedi e si mettono a ballare con grande energia e così fanno per lungo tempo fino a cadere spossati.
Dopo aver recuperato un po' di forze ricominciano a ballare con la stessa energia e solitamente affermano di avere forze sufficienti per continuare a ballare a lungo.
Afferma però Curt Sachs:
in contrasto con il ballo di San Vito dei paesi tedeschi, il movimento, come la febbre, è nel tarantismo uno sforzo personale di guarigione
In memoria del lontano 1596, quando nella vicina Venosa si verificarono strani episodi, legati probabilmente al tarantismo e ad una sorta di epidemia coreica, riportati accuratamente nel libro di Vincenzo Bruno, Dialogo delle Tarantole , si può affermare che durante il ballo, i malati perdono la sensibilità esterna ed interna, si comportano come gli ubriachi, agiscono in modo ridicolo, talvolta stupido parlando in modo volgare ed osceno, giocano con vari oggetti e sono particolarmente sensibili ai colori vivi non sopportando in alcun modo il nero.
Un altro importante elemento che permette di stabilire una comparazione tra i tre fenomeni è la possibilità che il punto di partenza di un caso di questo tipo di manifestazioni analoghe possa essere un dato reale, come una nevrosi nel caso del ballo di San Vito, le convulsioni o l'epilessia per il male di San Donato o come la puntura di una tarantola nel caso del tarantismo.
Il tremore intermittente che si localizza soprattutto nelle membra inferiori e che talvolta può assumere un aspetto convulsivo, è interpretato come un accenno di danza, che deve svilupparsi per permettere al male di esprimersi e di uscire all'esterno attraverso una realizzazione piena di questi movimenti, appunto la danza.
Gilbert Rouget, nel suo libro La musique et la transe distingue chiaramente fra la danza introdotta dalla transe e la danza che manifesterebbe uno stato di possessione, paragonando il tarantismo dell'Italia e della Spagna alle epidemie di corea del Rinascimento e ai casi di possessione demoniaca, apparsi qua e la nella storia ed in varie regioni geografiche, considerandole come altrettante manifestazioni molto violente della transe.
Nelle epidemie coreiche diffuse nel medioevo, nota Rouget:
è la danza il segno per eccellenza della transe, un effetto della possessione e della mania, della malattia (.) queste danze avevano bisogno della musica, che era fornita da musicisti e di conseguenza la loro transe era indotta dalla musica
In entrambi i casi si tratta di un fenomeno di possessione della musica sui danzatori.
Un carattere che assimila il tarantismo, il Male di San Donato ed il Ballo di San Vito e li differenzia da altre manifestazioni di trance e di possessione è proprio il non esserci alcun ricorso alla divinazione e, la persona colpita è, per così dire, scelta dall' infermità.
Avviene, in effetti un reclutamento attraverso la malattia , la transe è già in atto e si tratta semplicemente di elaborarla e di istituzionalizzarla.
I rituali finalizzati alle terapie, come in questi casi, vengono considerati anche iniziazioni poiché mirano anch'essi ad istituire la trasformazione di un individuo. Quest'ultimo deve passare dallo stato e dallo status di malato a quello di uomo nuovo, rigenerato .
A causa delle scarse informazioni di prima mano che si hanno sui fenomeni di corea epidemica del Medioevo, non è possibile cercare delle regolarità, sia nelle manifestazioni di danza, sia nei processi terapeutici utilizzati per soccorrere le persone colpite da possessione o da transe. I rapporti specifici tra un particolare caso di malattia ed un particolare caso di danza, molto precisi nel caso del tarantismo , non lo sono altrettanto per la corea.
Analogo, diversamente, è il punto di partenza della patologia che si manifesta nei tre fenomeni: il corpo e lo spirito dei sofferenti sono considerati rotti, sconvolti e nel caso del Ballo di San Vito ciò si manifesta attraverso movimenti senza coordinazione e totalmente disordinati, senza controllo.
Come notato anche da Ernesto De Martino in riguardo al tarantismo ed al Ballo di San Vito, appare un dato significativo che gli individui colpiti si aggreghino in un gruppo, in una sorta di clan, come avvenne a Venosa, all'interno del quale, le crisi individuali vengono rese comuni. È il gruppo stesso, che nel suo complesso, raggiunge il parossismo della transe e della possessione durante la danza.
Inoltre, in entrambi i fenomeni la musica, anziché provocare la crisi tende ad attenuarla, imponendo un ordine di ritmo ed armonia ad un mondo disordinato. La danza è al tempo stesso rito ed azione terapeutica e, grazie alla sua regolarità e ripetitività spazio-temporale, permette all'individuo di ritrovare i propri ritmi naturali e dunque, l'armonia con il mondo esterno. Il malato è mosso a danzare e, nel sacrificio del movimento ripetitivo e stancante può recuperare la coordinazione dei propri gesti corporali ed espellere il veleno o i demoni che lo posseggono.
La danza, come il rito della pesatura paraliturgica per San Donato, potrebbe essere intesa come momento purificatorio e liberatorio, che si configurerebbe come un vero e proprio riscatto saldato a San Vito, come a San Paolo e San Donato, affinché restituisca l'infermo che ha in suo potere, alla famiglia in uno stato di normale equilibrio psico-fisico (conversione) .
Nei due casi del Ballo di San Vito o della tarantola, la caduta finale arriva dopo un periodo di grande tensione e di grande sforzo muscolare che, nelle forme convulsive, è fisiologicamente il risultato di un brusco scompenso nell'organismo ma, assume un ruolo simbolico e terapeutico come chiaro segno dell' uscita dallo stato patologico, il sintomo manifesto della crisi, della risoluzione prodotta dal ritmo, dalla danza e dalla musica.
Dal punto di vista medico, il carattere fondamentale comune al Ballo di San Vito quanto al tarantismo ed al Male di San Donato, è una probabile assimilazione ad una forma particolare di malinconia, di delirio malinconico. Per questo motivo i musicisti possono applicare alla sua cura lo stesso potere che permise a David di curare la malinconia del re Saul. Quando lo spirito di Dio fu su di Saul, Davide prese la cetra e iniziò a suonare; Saul trovò la calma, ne ebbe un beneficio e lo spirito malvagio si allontanò da lui.
Richard Mead, dunque, considera la iatrocorea, nel suo complesso, associata a fenomeni diversi, il Ballo di San Vito ed il tarantismo, a cui aggiungerei u mal? d? Sand? Dunòt?, poiché accomunati dalla stessa probabile condizione malinconica .
Altrettanto comune è il legame che viene stabilito con la rabbia, malattia trasmessa dal cane rabbioso. Fenomeni patologici assimilati nella tradizione popolare, poi ripresi dalla medicina colta, che ne trarrà la spiegazione unitaria.
Giorgio Baglivi, nel suo trattato sulla tarantola, combinò in un unico quadro tarantismo, rabbia e culto di San Vito:
una eccessiva attività nel sangue degli uomini meridionali e nel clima del Sud è confermata dal tanto grande numero di melanconici e maniaci, più frequente in questi luoghi che altrove in Italia; donde a Napoli è stato edificato quel grande ed il più celebre di tutta l'Italia ospedale degli incurabili, dove sono rinchiusi in gran quantità i pazzi. Lo conferma anche la tanto abbondante quantità di cani rabbiosi, la cui causa di rabbia si deve ben a ragione attribuire al cocentissimo calore dell'aria. Grazie alla benevolenza, tuttavia del sommo nume, gli uomini morsi dai cani rabbiosi in breve guariscono se prima del quarantesimo giorno dal morso raggiungano le città di San Vito, dove grazie a preghiere indirizzate a Dio con animo puro ed alla sua intercessione, vengono subito liberati dal male, com'è noto a chiunque nel Sud
Infine, nel parallelismo tra i tre citati fenomeni, emerge con forza il ruolo di simbolo sociale, come proposto da Marius Schneider, nel libro La danza delle spade e la tarantella e da Ernesto De Martino:
un riflesso dei conflitti reali presenti nella società tra stabilità e resistenze da una parte e mutamenti e spinte al cambiamento dall'altro, un riflesso delle continue trasformazioni del reale, della lotta costante tra la vita e la morte, fra le generazioni, fra l'uomo e la natura
Anche se la prospettiva interpretativa dei due autori appare spesso differente, sottolineano entrambi che la corea epidemica, analogamente al tarantismo, si manifesta in un orizzonte rituale di ripresa ed integrazione dei momenti critici dell'esistenza, particolarmente, in momenti di passaggio dalla pubertà all'età adulta, legandosi al tema della sessualità e dei conflitti generazionali in un quadro di una cultura popolare, tipicamente contadina.
È significativo notare come proprio queste crisi della pubertà siano state, sin dall'inizio, associate dai medici e dagli studiosi del fenomeno del Ballo di San Vito, appunto, come il risultato dei passaggi critici dello sviluppo individuale alla fine dell'infanzia.
San Vito in Lucania
Tra le 150 cittadine che vantano di possedere spoglie e frammenti del corpo di questo Santo ausiliatore, si annoverano in Lucania tre importanti centri, in cui San Vito è protettore, godendo anche di una forte e particolare devozione.
Sia ad Albano di Lucania che ad Avigliano e Rapone, la sua festa ricorre il 15 di giugno.
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